Ricorso per cassazione civile: dalla Corte un nuovo decalogo

Mirco Minardi

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Un vero e proprio decalogo quello contenuto nella sentenza 8425/2020 della Suprema Corte di Cassazione, che ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso per cassazione, non rispettoso dei suddetti principi.

Ecco il decalogo:

 

(a) l’atto di impugnazione, per potere essere riconosciuto come un ricorso per vizi di legittimità, deve soddisfare alcuni requisiti minimi, il che non accade – con riferimento alla c.d. narrativa del ricorso medesimo – quando l’alternanza di pagine, nelle quali vengono evocati atti processuali pregressi, si risolve in una mera compilation, un’attività materiale di farcitura nella quale non si ritrova l’opera di rappresentazione ed interpretazione dei fatti giuridici, attraverso la quale normalmente emerge e viene prospettato il «caso» giuridico sul quale si richiede l’intervento di nomofilachia o di critica logica da parte della Corte Suprema, che distingue il ricorso di legittimità dalle impugnazioni di merito;

(b) l’art. , 366, cod. proc. civ., impone di redigere il ricorso dinanzi al giudice di legittimità sintetizzando (rectius: esponendo sommariamente) i fatti della causa; la sommarietà dell’esposizione, che ovviamente non va confusa con l’omissione o con la riproposizione di tutta l’attività processuale pregressa, implica un lavoro di sintesi e di Selezione dei profili di fatto e di diritto della vicenda sub indice in un’ottica di economia processuale che evidenzi i profili rilevanti ai fini della formulazione dei motivi di ricorso, i quali altrimenti si risolvono in censure astratte e prive di supporto storico;

(c) i fatti della causa che interessano nel giudizio di legittimità, non sono soltanto i fatti storici oggetto di contestazione, ma anche le valutazioni giuridiche di tali fatti prospettate dalle parti o utilizzate dai giudici di merito. L’esposizione della storia di una vicenda giuridica e processuale che deve essere ulteriormente valutata dal giudice di legittimità implica, accanto alla selezione dei fatti ancora rilevanti, anche la necessità che vengano indicate le categorie giuridiche entrate nel gioco 3 r.g. n. 19891/2012 Cons. est. Riccardo Guida Corte di Cassazione – copia non ufficiale processuale, previa eliminazione «del troppo e del vano», perché il giudice di ultima istanza ne possa valutare la corretta applicazione. Il ricorso dinanzi alla Corte Suprema dì Cassazione deve traghettare la vicenda giudiziaria, dalla giurisdizione di merito a quella di legittimità: per assolvere a tale delicato compito, occorre un’accurata opera di sintesi e di selezione dei fatti, in funzione di quanto rileva e di quanto è di interesse del ricorrente, nell’ottica di una legittima ed irrinunciabile strategia difensiva di elevatissimo livello. Nell’adire la Corte Suprema occorre offrire ai giudici il «distillato» dell’intera vicenda giudiziaria e delle questioni giuridiche prospettate e non risolte o risolte in maniera non condivisa, per poi esporre le ragioni della critica, nell’ambito della tipologia dei vizi elencata dall’art. 360, cod. proc. civ.;

(d) il ricorso per cassazione deve tracciare il binario lungo il quale il giudice di legittimità deve muoversi: se mancano tratti del binario, la Corte non può che dichiarare inammissibile il motivo di ricorso;

(e) neppure è consentita l’adozione della tecnica del ricorso «farcito», o del ricorso-sandwich, con il quale, forse nell’intento di evitare di incorrere in vizi di autosufficienza, è scaricata sulla Corte tutta la documentazione di merito (con la sola aggiunta di pagine-etichetta), quasi a dire «veda la Corte cosa le serve». Una simile «tecnica» è errata perché non soltanto non evidenzia le singole questioni già prospettate (che restano avviluppate nel magma indistinto del giudizio di merito) sulle quali si richiede l’intervento della Corte, ma comporta l’assenza dell’irrinunciabile opera di rielaborazione e rimeditazione della vicenda processuale nell’ottica del giudizio di legittimità;

(f) colui che adisce la Corte Suprema deve selezionare i fatti rilevanti e di suo interesse, deve evidenziare le categorie giuridiche, eventualmente male utilizzate o i vizi logici della ricostruzione dei fatti, altrimenti elude il precetto dell’art. 366, primo comma, n. 3, cod. proc. civ. Questo, va letto nel senso che devono essere portati a conoscenza del giudice di legittimità soltanto i fatti che, in funzione dell’interesse delle parti, siano rilevanti per la comprensione e la corretta soluzione dei quesiti. Se il ricorso non opera l’«espianto» delle questioni da prospettare alla Corte, il ricorso stesso (non soltanto non è autosufficiente perché non indica dove e come le questioni sono state già prospettata, contando su un’inesigibile opera di supplenza del giudice di legittimità) manca del 4 r.g. n. 19891/2012 Cons. est. Riccardo Guida Corte di Cassazione – copia non ufficiale requisito della specificità dei motivi, affidati ad un richiamo (rectius: ad una riproposizione integrale e perciò) comunque generico e generalizzato agli atti processuali;

(g) il ricorrente deve compiere lo sforzo di rappresentare sinteticamente fatti e categorie giuridiche sui quali si vuole che la Corte stessa eserciti il suo magistero, al fine di non gravare, indebitamente, il giudice di legittimità di un compito che non gli appartiene;

(h) il mancato rispetto del dovere processuale della chiarezza e della sinteticità espositiva espone il ricorrente per cassazione al rischio di una declaratoria d’inammissibilità dell’impugnazione, in quanto esso collide con l’obiettivo di attribuire maggiore rilevanza allo scopo del processo, tendente ad una decisione di merito, al duplice fine di assicurare un’effettiva tutela del diritto di difesa di cui all’art. 24, Cost., nell’ambito del rispetto dei princìpi del giusto processo di cui all’art. 111, comma secondo, Cost., e in coerenza con l’art. 6, CEDU, nonché di evitare di gravare sia lo Stato che le parti di oneri processuali superflui (Cass. n. 17698/2014, cit.);

(i) l’inosservanza del dovere di chiarezza e sinteticità espositiva degli atti processuali che, fissato dall’art. 3, comma 2, del c.p.a., esprime tuttavia un principio generale del diritto processuale, destinato ad operare anche nel processo civile, espone il ricorrente al rischio di una declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione, non già per l’irragionevole estensione del ricorso (la quale non è normativa sanzionata), ma in quanto rischia di pregiudicare l’intelligibilità delle questioni, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata, ridondando nella violazione delle prescrizioni di cui ai nn. 3 e 4, dell’art. 366, cod. proc. civ., assistite – queste sì – da una sanzione testuale di inammissibilità (Cass. 20/10/2016, n. 21297).

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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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Un commento:

  1. Malluzzo Luigi Maria

    sarebbe interessante un formulario con i singoli casi per l’appello



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