Introduzione alla comprensione della natura del giudizio di cassazione

Mirco Minardi

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0001 (22)Iniziamo con questa prima banale osservazione: il ricorso per cassazione è volto a denunciare una violazione di legge[1] compiuta dal giudice a quo. Questo riguarda tutti i casi di cui al primo comma dell’art. 360 c.p.c. Il motivo n. 1) non censura forse la violazione/falsa applicazione della legge con riferimento alla giurisdizione? Il motivo n. 2) non censura forse la violazione/falsa applicazione di legge con riferimento alla competenza? Il n. 3) non si riferisce proprio espressamente alla violazione/falsa applicazione di norme di diritto (oltre che dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro)? Il motivo n. 4) non si riferisce a casi in cui la violazione di una norma processuale ha provocato la nullità della sentenza o del procedimento? E last but not least, l’omesso esame circa un fatto decisivo non costituisce violazione di una norma che impone al giudice di non ignorare immotivatamente fatti che condizionano l’esito del giudizio? Certo che sì. Dunque, il sindacato della Corte è sempre un sindacato di legittimità[2].

Non è questa la sede per ripercorrere i motivi che hanno indotto il legislatore del ’42 a suddividere i motivi di ricorso, né discutere se sia o meno funzionale. L’importante è capire che stiamo parlando sempre e comunque di un sindacato di legittimità e non di merito.Ma che cos’è «il merito» esattamente? Il merito non è altro che il giudizio intorno alla verità/falsità di un enunciato fattuale[3]. Nel corso del libro approfondiremo questo aspetto. Per il momento è sufficiente capire che l’accertamento del fatto è compito del giudice di merito.

Stabilire quindi come si è verificato un sinistro stradale, se davvero l’intervento chirurgico è mal riuscito, se il conduttore ha ritardato la consegna della cosa, se il coniuge ha commesso adulterio, se la cosa venduta presentava difetti, se nel corso del trasporto le merci sono state danneggiate e così via, costituisce accertamento di fatto devoluto in via esclusiva al giudice di pace, al tribunale, alla corte d’appello, alla commissione tributaria e così via.La Corte di Cassazione non ha quindi voce in capitolo? La risposta è “certo che sì”, ma è proprio qui che iniziano le complicazioni ed i malintesi. Stabilire la linea di confine tra «accertamento di fatto» e «accertamento di diritto» non è sempre così semplice.

Ad esempio: quando il giudice afferma che l’inadempimento è «grave» ex art. 1455 c.c. sta compiendo una valutazione di fatto o di diritto? Quando stabilisce che il licenziamento è avvenuto per una «giusta causa» sta facendo una valutazione di fatto o di diritto? Quando riconosce la «buona o la mala fede», sta compiendo una valutazione di fatto o di diritto?E ancora: se la valutazione del fatto compete al giudice di merito, per quale ragione in Cassazione si può censurare «l’omesso esame circa un fatto decisivo» ex art. 360 n. 5) c.p.c.?E poi: in tutto questo, come si pongono le norme sulle prove? La loro violazione è sempre censurabile in Cassazione o solo in alcuni casi? Se la Corte non giudica la questione di fatto, il «grave travisamento della prova» può essere censurato in sede di legittimità? L’uso delle «massime di esperienza» da parte del giudice è sempre insindacabile?Un altro aspetto fondamentale da comprendere è la differenza esistente tra la «falsa applicazione di legge» e il «vizio motivazionale».

Attenzione, però: quando si parla di «motivazione» e di «vizio motivazionale» nella prospettiva del ricorso per cassazione si fa riferimento soltanto alla parte della decisione che si occupa della ricostruzione dei fatti sostanziali allegati dalle parti. Non ha infatti rilevanza il modo in cui il giudice abbia “motivato” l’interpretazione di una norma, poiché detta interpretazione o è corretta o non lo è, a prescindere dalle argomentazioni usate ed in quanto tale è sempre sindacabile dalla Corte di Cassazione.

Quando si parla di «vizi di motivazione», pertanto, si fa esclusivamente riferimento a quelle carenze della decisione relative all’accertamento della verità intorno agli enunciati fattuali: davvero il veicolo attoreo procedeva a velocità elevata? Davvero l’intervento chirurgico è stato male eseguito? Davvero l’edificio presentava vizi di costruzione? Davvero sussiste un danno non patrimoniale? Davvero la prestazione è stata eseguita con imperizia? Davvero il conduttore ha danneggiato l’immobile? Davvero la cosa venduta non è idonea all’uso previsto? Davvero il coniuge non ha rispettato l’obbligo di fedeltà? Davvero è stato violato il brevetto? Davvero il lavoratore si è appropriato di un bene aziendale? E così via.

Non è questa la sede per affrontare la complicata questione se in un giudizio si possa realmente distinguere così nettamente il «fatto» dal «diritto», come sostengono autorevoli studiosi, in quanto ciò ci allontanerebbe dallo scopo e dalla natura di questo libro. Ritorniamo invece alla «falsa applicazione». Che cosa si intende con questo sintagma? Lo spiegherò con questo esempio. Il giudice ha ricostruito il fatto ed ha accertato che entrambi i veicoli viaggiavano a velocità sostenuta, ma anziché applicare il secondo comma dell’art. 2054 c.c., come invocato dall’attore, rigetta la domanda, nonostante abbia correttamente interpretato l’articolo del codice. In questo caso si parla di «falsa applicazione» in quanto l’errore cade sul «momento sussuntivo», cioè l’attività di riconduzione del fatto ad una norma. Egli ha ricostruito correttamente la dinamica del sinistro ed ha altrettanto correttamente interpretato l’art. 2054 c.c., ma ciò nonostante non lo ha applicato alla fattispecie concreta. Che cosa abbia applicato magari non si sa, ciò che però conta è che la Cassazione, investita della questione, potrà certamente verificare dalla motivazione che l’accertamento del concorso era avvenuto e che il giudice non ha applicato l’art. 2054 c.c., con la conseguenza che potrà quindi cassare la sentenza. Non si tratta di un «vizio motivazionale», perché non si chiede alla Corte di accertare un diverso concorso di colpa, ovvero addirittura l’inesistenza di un concorso che implicherebbe una nuova valutazione dei fatti. Si chiede semplicemente di prendere atto del fatto che nonostante l’accertamento del concorso di colpa il giudice di merito si è rifiutato di applicare la norma e di trarre le giuste conseguenze.

Facciamo un altro esempio. Il giudice dà atto che in base alle risultanze della CTU è «molto probabile» che il decesso sia avvenuto per colpa della struttura ospedaliera; tuttavia, poiché non vi è «prova certa» della morte, la domanda di risarcimento proposta dagli eredi viene rigettata. Anche in questo caso siamo di fronte ad una falsa applicazione delle norme in materia di nesso causale, in quanto il criterio che il giudice civile deve adottare è quello della «preponderanza dell’evidenza» (su cui infra § 3.5). Per quale ragione non si tratta di un vizio motivazionale? Poiché non si sta chiedendo una diversa ricostruzione del fatto; l’errore di sussunzione è manifesto, emerge dall’accertamento contenuto nella motivazione. Non servono altre indagini, consulenze, prove. È lo stesso giudice di merito ad affermare l’esistenza di una elevata probabilità. E così via.Avremo comunque modo di ritornare su questi fondamentali temi e di dedicare loro tutto il tempo che meritano. Queste poche righe servono solo per introdurvi gradualmente ad alcuni fondamentali temi[4].

[1] Il termine «legge» viene qui usato in senso ampio e non solamente come legge in senso formale.

[2] Per Amoroso, op. cit., invece, pag. 327, «il vizio gravita nell’ambito delle questioni di merito e quindi è ben distinto dalle questioni di legittimità che connotano i numeri da 1) a 4) dell’art. 360 c.p.c.»

[3] Nel processo non si discute di «fatti», bensì di «enunciati fattuali». I «fatti» sostanziali sono accaduti prima e talvolta dopo l’inizio del giudizio. Nel processo si discute di ciò che le parti, tramite i loro difensori, riferiscono essere avvenuto.

[4] In questo libro non parlerò invece della funzione nomofilattica della Corte che troppo spesso viene presentata come la prima e più importante funzione. Come ha scritto B. Sassani, Legittimità, “nomofilachia” e motivazione della sentenza: l’incontrollabilità in cassazione del ragionamento del giudice, in Judicium.it, «A proposito della quale funzione, si impone un chiarimento: nel suo significato autentico (cioè nella prospettazione di Calamandrei, padre dell’espressione e indiscussa auctoritas in materia) con ‘funzione nomofilattica’ si designa il compito della Corte di reprimere la violazione concretamente perpetrata dal giudice del merito. In tale accezione nomofilachia coincide però con legittimità, mentre resta concettualmente distinta dall’ufficio della Corte di regolare in prospettiva l’interpretazione giudiziaria del diritto obiettivo in vista della sua uniformazione, attività di unificazione della giurisprudenza esercitata in nome della auctoritas rerum similiter iudicatarum. Se questo è vero, pensare che possa aversi un controllo di legittimità sostanzialmente indifferente al fatto – rectius alla ricostruzione del fatto concretamente operata e rappresentata dal giudice di merito – è un controsenso: dell’intervenuta applicazione della legge si può conoscere solo ripercorrendo la vicenda evocata in sentenza».   Sottoscrivo anche le parole di F. Santangeli, Il controllo del giudizio di fatto in Cassazione e le sentenze delle Sezioni Unite, in Judicium.it: «Perché l’attribuzione del compito di nomofilachia alla Cassazione non è né un dogma, né un postulato; e, per chi ritiene che sia cosa buona e giusta, questa attribuzione va difesa certo garantendone la funzionalità e l’effettività, ma anche sempre rammentando che è proprio il rapporto con la giustizia della fattispecie concreta a favorire l’ancoraggio più forte del compito alla giurisdizione ordinaria».

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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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