Cassazione: sulla CTU, il giudice d’appello non può comportarsi come il giudice di legittimità

Mirco Minardi

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E’ davvero interessante la sentenza n. 8460/2020 della III sezione, che reca la prestigiosa firma dei Consiglieri Frasca (estensore) e Travaglino (Presidente), perché ricorda ai giudici di secondo grado che l’appello non è un giudizio meramente rescindente, bensì pienamente devolutivo, ovviamente nei limiti dei motivi specifici di impugnazione. Sicché, allorquando l’appellante censuri la sentenza di primo grado per essersi “piegata” sulle risultanze della CTU, senza prendere in considerazione le osservazioni specifiche mosse dal CTP, il giudice d’appello non può ritenere soddisfatto l’obbligo motivazionale semplicemente richiamando i principi affermati dalla Corte di Cassazione circa i limiti del controllo sulla motivazione. Detto altrimenti, deve analizzare e prendere posizione sui motivi di appello che criticano le conclusioni della CTU.

Scrive la Corte che i principi di diritto richiamati dal giudice d’appello evocando giurisprudenza di legittimità, là dove sottolineano che il giudice di merito, quando condivida i risultati della c.t.u., non è tenuto ad esporre in modo specifico le ragioni della condivisione del percorso logico seguito dal c.t.u. (atteso che tale condivisione fa proprio quel percorso, e che non è tenuto ad analizzare e confutare il contenuto della consulenza di parte quando ponga alla base della propria motivazione considerazioni con esse incompatibili e conformi al parere del c.t.u.), risultavano richiamati in modo improprio e non consono al dovere di motivare, proprio perché lo erano in via preventiva e senza alcuna giustificazione del perché sarebbero stati adeguati all’oggetto dell’appello.

In secondo luogo, quanto ai principi relativi alla possibilità del giudice di merito di richiamarsi alle considerazioni e conclusioni del c.t.u., risultavano richiamati in modo del tutto ingiustificato rispetto alla logica decisionale che deve seguire il giudice di appello. La ragione di ciò – evidenzia la Corte – è che essi sono stati enunciati in sede di giudizio di legittimità nell’esercizio del controllo sulla decisione di merito impugnata con il ricorso per cassazione e, quindi, nell’esercizio di un sindacato che, anche nelle versioni dell’art. 360 n. 5 anteriori a quello vigente, risultava limitato da specifici parametri che indirizzavano (come tuttora indirizzano) il controllo in punto di logicità della motivazione del giudice di merito entro confini ristretti, com’è consono alla natura del giudizio di cassazione, che è processo scritto innestato da una impugnazione a motivi limitati e tipizzati. “Se la corte territoriale, leggendo le massime delle decisioni evocate e le relative motivazioni, avesse riflettuto sul fatto che esse sono state enunciate espressamente alludendo alla censurabilità della motivazione del giudice di merito in sede di legittimità, si sarebbe dovuta ben guardare dall’assumerle come premessa della sua motivazione”. Il giudice d’appello, infatti, è tenuto a rivalutare la CTU alla luce delle osservazioni critiche mosse dal CTP e poi confluite nel motivo di appello.

Il principio di diritto affermato è stato il seguente: «posto che il giudizio di appello continua ad ispirarsi ad una logica devolutiva e, quindi, di revisio prioris istantiae sebbene nei limiti della specificità dei motivi di appello, si deve ritenere affetta da nullità ai sensi dell’art. 132, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ. la sentenza di appello, la quale, sollecitata dall’appello a controllare la decisione del giudice di primo grado in quanto adagiatasi sulle conclusioni di una c.t.u., con critiche rivolta sia sotto il profilo della mancata considerazione della c.t.p. di parte sia sotto il profilo della intrinseca congruenza, proceda all’esame dell’appello assumendo come premessa programmatica i principi di diritto affermati dalla Corte di Cassazione a proposito dei limiti del sindacato di legittimità sul controllo della motivazione del giudice di merito che abbia condiviso la c.t.u. e, quindi, si limiti ad evocare quest’ultima dichiarando genericamente di condividerne gli assunti, così finendo per procedere all’adempimento del dovere motivazionale non come giudice di appello, ma come se fosse investito di un giudizio di legittimità».

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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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