Riforma del processo civile: la relazione del Senato (I parte)

Mirco Minardi

L’articolo 45, modificato dalla Camera dei deputati, è composto da 19 commi che apportano modifiche al Libro I del codice di procedura civile, recante le disposizioni generali.
La Camera durante la terza lettura ha soppresso un comma e ne ha modificato un altro.

Il comma 1, novellando l’art. 7 c.p.c., amplia la competenza per valore e per materia del giudice di pace.
 In relazione ai nuovi limiti di valore, con le modifiche introdotte:

  • per le cause relative a beni mobili, la competenza (ora fino a euro 2.582,28) è innalzata a euro 5.000 euro (primo comma);
  • per le cause di risarcimento del danno prodotto dalla circolazione di veicoli e natanti, la competenza (attualmente fino ad un valore della controversia non superiore a euro 15.493,71) è aumentata fino a euro 20.000.

Con una modifica introdotta dal Senato, è stata inoltre estesa la competenza per materia del giudice di pace. Attualmente il giudice onorario conosce le cause relative ad apposizione di termini ed osservanza delle distanze riguardo al piantamento di alberi e siepi; le cause condominiali e quelle relative a rapporti tra proprietari o detentori di immobili civili in materia di immissioni di fumo o di calore, esalazioni, rumori, scuotimenti e simili propagazioni che superino la normale tollerabilità.
Con l’introduzione al terzo comma dell’art. 7 di un nuovo numero (3-bis), è aggiunta la competenza per le cause in materia di interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali, attualmente appartenenti alla competenza del tribunale in funzione di giudice del lavoro.

Il comma 2 del testo approvato dal Senato, che stabiliva l’inapplicabilità del rito del lavoro alle suddette cause in materia di interessi o accessori da ritardato pagamento di prestazioni previdenziali o assistenziali è stato soppresso dalla Camera dei deputati, ma la medesima disposizione, riformulata, è stata inserita nel successivo art. 46, comma 22, del disegno di legge in esame.

Il comma 2 modifica l’art. 38 c.p.c., in materia di incompetenza, con l’intento di attenuare il peso delle questioni di competenza. Tali questioni dovrebbero pertanto essere eccepite immediatamente nella fase iniziale della causa.
L’art. 38 c.p.c. prevede attualmente che:
-l’incompetenza per territorio, fuori dei casi previsti dall’art. 28 c.p.c. (ossia fuori dai casi di competenza territoriale inderogabile), deve essere eccepita a pena di decadenza nella comparsa di risposta,
-l’incompetenza per materia, per valore e per territorio nei casi previsti dall’art. 28 c.p.c. può essere rilevata, anche d’ufficio, non oltre la prima udienza di trattazione.

Ai sensi dell’art. 28 c.p.c., “la competenza per territorio può essere derogata per accordo delle parti, salvo che per le cause previste nei nn. 1, 2, 3, e 5 dell’art. 70 c.p.c., per i casi di esecuzione forzata, di opposizione alla stessa, di procedimenti cautelari e possessori, di procedimenti in camera di consiglio e per ogni altro caso in cui l’inderogabilità sia disposta espressamente dalla legge”.

Il comma in esame, equiparando i vari casi di incompetenza, prevede che l’incompetenza (che sia per materia, per valore o territoriale) deve essere sempre eccepita, a pena di decadenza, nella comparsa di costituzione e risposta tempestivamente depositata.

I commi 3-6 stabiliscono che tutte le decisioni in materia di litispendenza, connessione, continenza, ecc. siano adottate con ordinanza, anziché con sentenza, e dunque motivate in forma più sintetica.
Infatti, il comma 3 interviene sull’art. 39 c.p.c., prevedendo che sia la litispendenza che la continenza, attualmente dichiarate con sentenza, siano invece dichiarate con ordinanza; viene, inoltre, esplicitato che la prevenzione è determinata, oltre che dalla notificazione della citazione, dal deposito del ricorso.

Nello stesso senso va il comma 4, che interviene sull’art. 40, primo comma, c.p.c. ai sensi del quale, nel testo vigente, se sono proposte davanti a giudici diversi più cause le quali, per ragione di connessione, possono essere decise in un solo processo, il giudice fissa con sentenza alle parti un termine perentorio per la riassunzione della causa accessoria davanti al giudice della causa principale, e negli altri casi davanti a quello preventivamente adito. Anche in questo caso, dunque, si propone che il giudice pronunci un’ordinanza in luogo della sentenza. Sempre dal comma 4, analoghe modifiche vengono apportate, per coordinamento, agli artt. 42 (“Regolamento necessario di competenza”), 44 (“Efficacia della sentenza che pronuncia sulla competenza”), 45 (“Conflitto di competenza”), 47 (“Procedimento del regolamento di competenza”) e 49 (“Sentenza di regolamento di competenza”).

Nella stessa direzione va la modifica dell’art. 43 c.p.c., introdotta dal comma 5, in relazione alla disciplina del regolamento facoltativo di competenza.

Il successivo comma 6 apporta le modifiche conseguenti all’art. 50 c.p.c. dimezzando, inoltre, da 6 a 3 mesi il termine per la riassunzione della causa davanti al giudice dichiarato competente.

Il comma 7 interviene sull’art. 54 c.p.c. in materia di ricusazione del giudice:

  • rendendo facoltativa (“il giudice … può condannare”) l’irrogazione della sanzione pecuniaria nei confronti di chi abbia presentato un’istanza di ricusazione inammissibile o infondata;
  • innalzando il massimo della suddetta sanzione pecuniaria da 5 euro a 250 euro.

Il comma 8 aumenta l’importo della pena pecuniaria applicabile, ex art. 67 c.p.c., al custode che non abbia eseguito l’incarico assunto. Mentre attualmente tale pena, irrogata dal giudice, non può essere superiore a 10 euro, il comma in esame prevede che essa non sia inferiore a 250 e non superiore a 500 euro.

Il comma 9 interviene sull’art. 83 c.p.c., in materia di procura alle liti, novellandone la formulazione del terzo comma con tre distinte integrazioni:

  • la prima integrazione riguarda il primo periodo e prevede che la procura speciale possa essere anche apposta anche in calce o a margine della memoria di nomina del nuovo difensore, in aggiunta o in sostituzione del difensore originariamente designato;
  • la seconda integrazione riguarda il terzo periodo e prevede come apposta in calce anche la procura speciale rilasciata su documento informatico separato, sottoscritto con firma digitale e congiunto all’atto cui si riferisce mediante strumenti informatici individuati con apposito decreto del Ministro della giustizia;
  • la terza integrazione prevede che quando la procura speciale sia stata conferita su “carta”, il difensore che si costituisce per via telematica ne trasmette copia informatica autenticata con firma digitale, nel rispetto della disciplina prevista dal Codice dell’amministrazione digitale (decreto legislativo 82/2005).

Il comma 10 modifica l’art. 91 c.p.c., in materia di condanna alle spese emessa con la sentenza di condanna, introducendo un meccanismo sanzionatorio a carico della parte che abbia rifiutato, senza giustificato motivo, una proposta conciliativa avanzata dalla controparte.
Il comma in esame – introducendo una deroga al principio della soccombenza – novella il primo comma dell’art. 91 c.p.c., prevedendo che il giudice, se accoglie la domanda in misura non superiore all’eventuale proposta di conciliazione tempestivamente formulata, condanna la parte che ha rifiutato senza giustificato motivo la proposta conciliativa al pagamento delle spese del processo che risultino maturate dopo la formulazione della proposta stessa, salvo quanto disposto dal secondo comma dell’art. 92 c.p.c., come novellato dal successivo comma 11 dell’articolo in esame (salvo, cioè, il caso di compensazione, anche parziale, delle spese tra le parti in caso di soccombenza reciproca o altre gravi ed eccezionali ragioni, esplicitamente indicate nella motivazione).

Il comma 11 novella, infatti, in tal senso il secondo comma dell’art. 92 c.p.c., che limita attualmente la possibilità per il giudice di compensare le spese di giudizio – oltre che in caso di soccombenza reciproca – quando concorrono altri giusti motivi esplicitamente indicati nella motivazione.

Il comma 12 aggiunge un nuovo comma all’art. 96 c.p.c. in materia di responsabilità aggravata della parte per la cd. lite temeraria.
L’art. 96 c.p.c. dispone attualmente che se risulta che la parte soccombente ha agito o resistito in giudizio con mala fede o colpa grave, il giudice, su istanza dell’altra parte, la condanna, oltre che alle spese, al risarcimento dei danni, che liquida, anche d’ufficio, nella sentenza. Analogamente, viene condannato al risarcimento dei danni, qualora vi sia una domanda in tal senso, l’attore o il creditore procedente che abbia agito senza la normale prudenza, qualora il giudice accerti l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale o iscritta ipoteca giudiziale.
Il comma in esame prevede una valorizzazione dell’istituto in questione (attualmente quasi inapplicato anche in relazione al difficile assolvimento dell’onere probatorio) prevedendo che – in sede di pronuncia sulle spese – il giudice, anche d’ufficio, possa condannare il soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma da determinare in via equitativa.
La disposizione in questione rimanda al contenuto dell’art. 385, quarto comma, c.p.c. (del quale l’art. 46, comma 20, del disegno di legge in esame prevede l’abrogazione), che attualmente prevede la condanna al risarcimento per lite temeraria in sede di giudizio di cassazione; la citata norma, infatti, stabilisce che quando pronuncia sulle spese, la Corte di cassazione, anche d’ufficio, condanna, altresì, la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave.

Il comma 13 interviene sull’art. 101 c.p.c., che sancisce il principio del contraddittorio stabilendo l’impossibilità per il giudice di statuire sopra alcuna domanda, se la parte contro la quale è stata proposta non è stata regolarmente citata e non è comparsa.
Il comma in esame, in particolare, prevede l’introduzione di un altro comma, secondo il quale il giudice, se ritiene di porre a fondamento della decisione una questione rilevata d’ufficio, riserva la decisione, assegnando alle parti, a pena di nullità, un termine non inferiore a 20 e non superiore a 40 giorni dalla comunicazione, per il deposito in cancelleria di memorie contenenti osservazioni sulla medesima questione. Il comma in esame specifica che la mancata assegnazione del termine alle parti comporta nullità.
La disposizione introduce, così, a livello di giurisdizione di merito un istituto già presente nel giudizio di cassazione (art. 384, terzo comma, c.p.c.).
Si ricorda che l’art. 183, quarto comma, c.p.c. già prevede che il giudice indichi le questioni rilevabili d’ufficio delle quali ritiene opportuna la trattazione. Tale disposizione ha dato adito ad un contrasto giurisprudenziale per il caso in cui la sentenza si fondi su una questione rilevata d’ufficio dal giudice al momento di assumere la decisione e dallo stesso non previamente sottoposta al contraddittorio tra le parti. Da ultimo, la giurisprudenza di legittimità (Corte di cassazione, sez. II, sentenza n. 15194 del 9 giugno 2008) ha affermato che “il giudice non può decidere la lite in base ad una questione rilevata d’ufficio senza averla previamente sottoposta alle parti, al fine di provocare sulla stessa il contraddittorio e consentire lo svolgimento delle rispettive difese in relazione al mutato quadro della materia del contendere, dovendo invece procedere alla segnalazione della questione medesima e riaprire su di essa il dibattito, dando spazio alle conseguenziali attività delle parti. Infatti, ove lo stesso giudice decida in base a questione rilevata d’ufficio e non segnalata alle parti, si avrebbe violazione del diritto di difesa per mancato esercizio del contraddittorio, con conseguente nullità della emessa pronuncia”.

Il comma 14 sostituisce integralmente l’art. 115 c.p.c. che, nel suo testo attuale prevede che, salvi i casi previsti dalla legge, il giudice deve porre a fondamento della decisione le prove proposte dalle parti o dal pubblico ministero.
Il comma in esame prevede di autorizzare il giudice a porre a fondamento delle proprie decisioni oltre che, come attualmente, le prove proposte dalle partio dal PM, anche i fatti non specificatamente contestati dalla parte costituita, così esonerando la parte che ha allegato quei fatti dal relativo onere della prova.
Nel vigente ordinamento processuale i fatti allegati da una delle parti vanno considerati “pacifici” – e quindi possono essere posti a fondamento della decisione – quando siano stati esplicitamente ammessi dalla controparte oppure quando questa pur non avendoli espressamente contestati abbia tuttavia assunto una posizione difensiva assolutamente incompatibile con la loro negazione, così implicitamente ammettendone l’esistenza (Cassazione, Sez. III, sent. n. 5488 del 14 marzo 2006).
Si ricorda inoltre che, nel processo societario (art. 10, comma 2-bis, del decreto legislativo 5/2003), la notificazione dell’istanza di fissazione dell’udienza rende pacifici i fatti allegati dalle parti ed in precedenza non specificamente contestati.

Il comma 15 aumenta l’importo della pena pecuniaria applicabile, ex art. 118, terzo comma, c.p.c., al terzo che abbia rifiutato di eseguire l’ordine del giudice di consentire sulla sua persona o sulle cose in suo possesso le ispezioni che appaiono indispensabili per conoscere i fatti della causa. Mentre attualmente tale pena non può essere superiore a 5 euro, il comma in esame prevede, rispettivamente, un minimo di 250 euro ed un massimo di 500 euro.

Il comma 16 interviene sul regime di pubblicità della sentenza di cui all’art. 120 c.p.c..
Attualmente è previsto che, nei casi in cui la pubblicità della decisione di merito può contribuire a riparare il danno, il giudice, su istanza di parte, può ordinarla a cura e spese del soccombente, mediante inserzione per estratto in uno o più giornali da lui designati.
Il comma in esame, oltre a introdurre un richiamo all’art. 96 c.p.c. (ovvero al risarcimento danni per lite temeraria, v. ante) amplia le modalità di pubblicazione della sentenza che potrà essere effettuata anche su testate radiofoniche o televisive o su internet.

Il comma 17 intervenendo sull’art. 132 c.p.c., elimina l’obbligo di includere nella sentenza la concisa esposizione dello svolgimento del processo, limitando tale obbligo alle ragioni di fatto e di diritto della decisione.
A tal proposito, si ricorda che l’art. 111, sesto comma, Cost. impone esclusivamente che la sentenza contenga l’esposizione dei motivi in fatto e in diritto della decisione.

Il comma 18 aggiunge, dopo il secondo, un nuovo comma all’art. 137 c.p.c. in materia di notificazioni, prevedendo che – in assenza di casella di posta elettronica certificata cui far pervenire l’atto-documento informatico da notificare o comunicare – l’ufficiale giudiziario notifica all’interessato l’atto in formato cartaceo, conservandone per due anni l’originale informatico. L’atto, dietro richiesta, può essere inviato dall’ufficiale giudiziario ad un indirizzo di posta elettronica dichiarato dal destinatario della notifica o dal suo procuratore ovvero consegnato ai medesimi, previo pagamento dei diritti, su supporto informatico non riscrivibile (lettera a)).
 La Camera dei deputati ha inserito nel comma in esame la lettera b), che modifica il terzo comma del medesimo art. 137 c.p.c., sostituendo la parola “terzo” con “quarto”.
Con tutta probabilità, la ratio della suddetta modifica era semplicemente quella di eliminare l’impatto che l’inserimento di un nuovo comma avrebbe avuto sui rinvii interni tra i commi dell’art. 137 c.p.c.. Tuttavia, il terzo comma dell’art. 137 c.p.c. non contiene la parola “terzo”. Tal termine è invece contenuto nel quarto comma dell’art. 137 c.p.c.. Il mancato adeguamento di quest’ultimo comporterebbe il venir meno dell’applicabilità, alle comunicazioni effettuate con biglietto di cancelleria, della disciplina applicabile in caso di impossibilità di effettuare la comunicazione a mani proprie del destinatario.

Il comma 19 riguarda l’istituto della rimessione in termini, in virtù del quale la parte che dimostra di essere incorsa in decadenze per causa ad essa non imputabile può chiedere al giudice di essere rimessa in termini.
La norma in esame trasferisce la disciplina dell’istituto dal Libro II (“Del processo di cognizione”), nella quale è ora prevista dall’art. 184-bis c.p.c., al Libro I (“Disposizioni generali”), art. 153, del codice processuale civile.
Conseguentemente, l’art. 184-bis viene abrogato ad opera dell’art. 46, comma 3, del disegno di legge in esame.
Tale opzione determinerebbe una generalizzazione dell’istituto in questione, che ha finora dispiegato i propri effetti esclusivamente con riferimento alla fase di trattazione del giudizio di primo grado (v. Cass., sez. lavoro, 6 agosto 2004, n. 15274). L’inserimento tra le disposizioni generali dovrebbe, infatti, comportare l’applicazione della rimessione in termini anche alle fasi di impugnazione.


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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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2 commenti:

  1. Luigi Passalacqua

    Perché escludere le controversie di lavoro? Sarebbe stato un ottimo strumento nei casi il cui il datore rifiuti di reintegrare o comunque riammettere in servizio il lavoratore vittorioso in giudizio!



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