Il giudizio d’appello come “revisio prioris istantiae”.

Mirco Minardi

Quanto sino ad ora scritto in tema di appello dovrebbe aver reso chiaro che ormai l’appello non è più un novum judicium bensì una revisio prioris istantiae. Cosa significa ciò? Significa, detto in parole semplici, che il giudice d’appello non è tenuto a rivalutare la controversia già decisa in primo grado, ma a controllare la giustizia della sentenza di primo grado alla luce degli specifici motivi di impugnazione dell’appellante. Il giudizio d’appello rimane un mezzo di impugnazione a “critica libera” ma a “cognizione limitata”, limitata cioè dagli specifici motivi d’appello e dalle domande ed eccezioni non accolte e riproposte dalla parte.

Ciò ha notevoli ricadute sul piano pratico:
la parte appellante non può limitarsi a lamentare sic et simpliciter l’ingiustizia della decisione; così, se ritiene che la somma liquidata non è congrua,ha l’onere di spiegare per quale ragione non lo è; se ritiene che la decisione non ha tenuto in considerazione un documento depositato in primo grado, ha l’onere di dire di quale documento si tratta e che contenuto ha; se ritiene che il giudice di primo grado non ha liquidato le spese legali nella misura dovuta, ha l’onere di indicare quali voci sono state omesse o sottovalutate; e così via. Con l’effetto che sono inammissibili le censure che investono genericamente la sentenza di primo grado.

Ma andiamo avanti. Dalla natura di revisio prioris istantiae deriva una ulteriore importante conseguenza: in appello non si ripetono gli oneri probatori del primo grado. In questo contesto sistematico, cioè, vengono meno i presupposti per ritenere che l’onere probatorio dell’appellante debba essere individuato con esclusivo e retrospettivo riferimento alla posizione da lui assunta nel giudizio di primo grado, con la conseguenza che se in quel giudizio l’appellante aveva assunto la qualità di convenuto, il suo onere probatorio rimarrebbe integro, anche nella successiva fase di gravame, quanto a tutti i fatti impeditivi o estintivi del diritto fatto valere dall’attore.

Deve, al contrario, affermarsi che, essendo l’appellante tenuto a fornire la dimostrazione della fondatezza delle singole censure mosse alle singole soluzioni offerte dalla sentenza impugnata, il cui riesame è chiesto per ottenere la riforma del capo decisorio appellato, l’appello da lui proposto, in mancanza di tale dimostrazione deve essere, in base ai principi, respinto, con conseguente conferma sostitutiva dei capi di sentenza appellati, quale che sia stata la posizione da lui assunta nella precedente fase processuale. Solo in questi sensi può parlarsi dell’appello quale “revisio”

Da ciò deriva una importantissima conseguenza. Qualora la parte vincitrice non abbia prodotto il proprio fascicolo in fase d’appello, il giudice non può per ciò solo accogliere l’appello per difetto di prova dei fatti affermati, in quanto in quella fase egli deve limitarsi a verificare se le censure dell’appellante consentono di riformare la sentenza. I documenti prodotti in primo grado restano acquisiti a prescindere dal fatto che in secondo grado il fascicolo non sia stato ridepositato ed anzi le parti possono ridepositarlo nel corso di tutto il giudizio.

Quelle appena riportate sono le conclusioni cui è giunta la Corte di cassazione a Sezioni Unite nel 2005, con una sentenza estesa dall’odierno autorevole presidente Vincenzo Carbone.

Cassazione S.U. 24498/2005

Svolgimento del processo

1 – Con atto notificato il 5 maggio 1993, la curatela del fallimento della s.n.c. C. Trasporti (d’ora innanzi: società fallita) conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Lecce, la S.a.s. M. Petroli (d’ora innanzi: convenuta), esponendo:
– che, l’anno anteriore alla dichiarazione del proprio fallimento (pronunziato il 23 giugno 1992), la società fallita aveva effettuato pagamenti, in favore della convenuta, per un importo complessivo di L. 182.017.575 per forniture di gasolio;
– che in quel periodo la società fallita era in stato d’insolvenza, evidenziato da numerosi pignoramenti e protesti, del quale la convenuta era pienamente consapevole.
Tanto premesso, la curatela chiedeva la condanna della convenuta alla restituzione della somma sopra indicata, con interessi e rivalutazione monetaria, producendo l’elenco dei protesti subiti dalla società fallita e un certificato relativo alle procedure esecutive mobiliari a suo carico.
1.1 – La convenuta si opponeva all’accoglimento della domanda, deducendo che le forniture erano state sempre regolarmente pagate e di non aver, quindi, mai sospettato che la società fallita si trovasse in stato d’insolvenza.
2 – Il Tribunale accoglieva la domanda, salvo che per la richiesta di risarcimento del “maggior danno”, ponendo in evidenza:
– che, a partire dal 1986, la società fallita aveva subito numerosi pignoramenti mobiliari, divenuti particolarmente numerosi a partire dal 1989;
– che nel secondo semestre del 1989 e nel primo semestre del 1990 del pari numerosi erano stati i protesti subiti dalla stessa società;
– che gli ultimi protesti, elevati il 25 giugno 1990, erano stati riportati nel “Bollettino” di dicembre di quello stesso anno, pubblicato proprio nel periodo (dicembre 1990/gennaio 1991) in cui la convenuta aveva iniziato ad avere rapporti con la società fallita;
– che, conseguentemente, era ragionevole supporre che la convenuta fosse a conoscenza dello stato di dissesto della società fallita, tanto più che essa operava nello stesso ambito territoriale;
– che, d’altro canto, la convenuta non aveva fornito alcuna prova idonea a smentire il valore indiziario di tali elementi;
3 – La società convenuta, risultata soccombente, proponeva appello, censurando la sentenza impugnata per non aver considerato:
– che i protesti subiti dalla società fallita erano andati progressivamente riducendosi sino a scomparire del tutto;
– che l’ultimo protesto elevato a suo carico risaliva al 25 giugno 1990, sei mesi prima che avessero avuto inizio i suoi rapporti commerciali con detta società e dodici mesi prima dell’inizio dei pagamenti oggetto di revocatoria;
– che, conseguentemente, tali elementi, lungi dall’evidenziare lo stato di insolvenza della società fallita, fornivano, al contrario, la prova del definitivo superamento, dopo il giugno 1990, di una situazione transitoria di illiquidità;
3.1. – La Corte territoriale – premesso che la prova che deve essere fornita dal curatore del fallimento a norma dell’art. 67, secondo comma, l. fall., concerne (non la conoscibilità, ma) la conoscenza effettiva dello stato d’insolvenza da parte del terzo e, pur dando atto che la dimostrazione di tale stato può essere desunta anche da presunzioni – accoglieva il gravame, osservando:
– che pignoramenti e protesti sono solo astrattamente idonei a rivelare lo stato d’insolvenza dell’imprenditore e che, pertanto, la loro significatività nel caso concreto deve essere sottoposta, di volta in volta, ad attenta verifica;
– che, nel caso di specie, tale verifica non poteva essere effettuata, data la mancanza – nella fase di appello – del fascicolo di primo grado della curatela nel quale era inserita la documentazione relativa ai protesti e alle procedure esecutive a carico della società fallita.
3.2 – La curatela chiedeva la cassazione di tale sentenza con due motivi, al cui accoglimento la società intimata si opponeva con controricorso.
4 – Il ricorso, dopo essere stato assegnato alla prima sezione civile, è stato successivamente rimesso a queste Sezioni Unite per l’esame della questione, di carattere pregiudiziale e ritenuta di particolare importanza, concernente il riparto dell’onere probatorio nel giudizio d’appello e, in particolare, il problema se l’appellante sia in ogni caso gravato dell’onere di fornire la prova della fondatezza delle proprie censure, ovvero se il suo onere probatorio debba essere individuato con esclusivo riferimento alla posizione assunta nel giudizio di primo grado, con la conseguenza che se in quel giudizio l’appellante era attore, egli sarà tenuto a fornire in appello la prova del fatto costitutivo del diritto azionato, mentre, se in quel grado aveva assunto la posizione di convenuto, il suo onere probatorio sarà circoscritto ai soli fatti impeditivi o estintivi fatti del diritto fatto valere dall’attore.

Motivi della decisione

5 – Assume priorità, sul piano logico, la censura formulata con il secondo motivo di ricorso.
Con esso infatti, la Curatela del fallimento – denunziando violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., in relazione agli artt. 115, 280, 281 c.p.c. e agli artt. 76, 123 d. att. c.p.c., nonché vizio di motivazione – censura la sentenza impugnata per avere accolto l’appello e, quindi, in riforma della sentenza impugnata, rigettato la domanda di “revoca” dei pagamenti effettuati dalla fallita in favore della società M. Petroli (sul rilievo che, per la mancanza del fascicolo depositato nel primo grado di giudizio dalla curatela del fallimento, non era possibile accertare quale valore, ai fini della conoscenza dello stato di insolvenza da parte della società M. potesse essere attribuito ai protesti e ai pignoranti subiti dalla società fallita), senza considerare che l’appellante ha l’onere di produrre, o di ripristinare se già prodotti in primo grado, i documenti posti a fondamento del proprio gravame.
6 – Questa Corte ha in altre occasioni statuito:
– che nel giudizio d’appello l’appellante ha l’onere di produrre i documenti sui quali basa il proprio gravame o deve comunque attivarsi (in qualunque modo, anche avvalendosi della facoltà di farsi rilasciare dal cancelliere copia degli atti del fascicolo delle altre parti: art. 76, d.att. c.p.c.) perché tali documenti, se già prodotti in primo grado, possano essere sottoposti all’esame del giudice di appello;
– che, conseguentemente, l’appellante subisce le conseguenze della mancata restituzione del fascicolo dell’altra parte che contenga documenti a lui favorevoli che non ha avuto cura di produrre in copia e che, pertanto, il giudice d’appello, tenuto a decidere sulla base del materiale probatorio sottoposto al suo esame non ha quindi la possibilità di esaminare (Cass. 24 febbraio 1993, n. 2280; 6 marzo 1998, n. 2482).
L’ordinanza di rimessione prospetta il dubbio che tali affermazioni non siano conciliabili con il carattere devolutivo tradizionalmente attribuito al giudizio d’appello, il quale postula che oggetto di esame, da parte del giudice di secondo grado, sia (non la sentenza impugnata, ma) il rapporto giuridico controverso già sottoposto all’esame del giudice di primo grado.
7 – Nel vigore del codice di rito del 1865, “l’appellazione” si configurava, in effetti, come un gravame diretto a provocare, anche senza alcuna e concreta indicazione dei capi impugnati (art. 486, secondo comma), la “prosecuzione” del giudizio di primo grado, ripreso nella condizione in cui si trovava prima della chiusura della discussione, davanti ad un giudice diverso, allo scopo (non già di porre riparo ai “vizi” della precedente fase o della sentenza impugnata, fatti oggetto di specifica censura, ma) di procedere ad un nuovo esame della lite già decisa. In tale nuova fase le parti, ferme le preclusioni già maturate e nei limiti della domanda proposta, fruivano di tutti i mezzi istruttori che avrebbero potuto impiegare in primo grado (art. 490, secondo e terzo comma) e il giudice d’appello era investito, nell’ambito dei capi impugnati (486, secondo comma), della piena cognizione della lite trattata nella precedente fase (e, quindi, di tutte le questioni già esaminate o esaminabili in tale fase, anche se non riproposte in grado d’appello), usufruendo di poteri identici a quelli attribuiti al primo giudice (art. 491).
Non poteva esservi dubbio che, in un sistema siffatto, i criteri di ripartizione dell’onere della prova nel primo grado e nel secondo grado di giudizio fossero sempre gli stessi, dal momento che il processo “proseguiva” conservando i caratteri che lo avevano contrassegnato nella precedente fase di giudizio.
7.1 – Nel corso dei lavori preparatori del nuovo codice di procedura civile si rilevò, tuttavia, che il giudizio d’appello, così concepito, finiva spesso per “ridurre quello di primo grado ad un semplice saggio preliminare”, riservando la trattazione dei “problemi più salienti e le prove più importanti” alla fase d’appello (Relazione del Guardasigilli al progetto definitivo, § 244), con grave pregiudizio per la sollecita definizione dei processi.
Di qui la proposta: a) di vietare, nel giudizio d’appello, la proposizione di nuove eccezioni, di nuovi documenti e la richiesta di nuovi mezzi di prova, ad eccezione del giuramento decisorio, “salvo che l’interesse o la possibilità di valersene” fossero “sorti dopo la chiusura del giudizio di primo grado” (art. 343, Prog. def.); b) di stabilire che dovevano intendersi abbandonate le domande e le eccezioni “non accolte” nella sentenza di primo grado, non riproposte in appello, salvo quelle rilevabili d’ufficio (art. 344, Prog. def.), facendo venir meno la possibilità, invece riconosciuta dal diritto previgente che attribuiva a tale mezzo di gravame pieno effetto devolutivo, di riesaminarle senza iniziativa della parte interessata; c) di prescrivere che l’atto d’appello contenesse la specificazione dei motivi d’impugnazione, e non si limitasse, quindi, ad una generica richiesta di riforma della sentenza di primo grado, come era invece consentito dall’art. 486 c.p.c. del 1865 (art. 352, Prog. prel.).
7.1.1 – Le proposte puntualizzate alle lettere a) e b) sono state recepite senza riserve dal nuovo codice di rito.
L’art. 346 ha sancito, infatti, la “decadenza” dalle domande e dalle eccezioni “non accolte” nella sentenza di primo grado, non “espressamente” riproposte in appello. Per lungo tempo si è ritenuto che tale norma non fosse applicabile nei confronti dell’appellato contumace, che poteva così contare sull’automatica “riemersione” delle domande e delle eccezioni “non accolte” nella precedente fase di giudizio, con la conseguenza che il loro mancato esame, da parte del giudice d’appello, avrebbe comportato violazione dell’art. 112 c.p.c. (Cass. 12 maggio 1962, n. 962; 10 marzo 1970, n. 918; 20 giugno 1983, n. 4231; 26 giugno 1992, n. 7999; 23 maggio 2001, n. 7019). Ma tale orientamento è stato successivamente abbandonato da questa Corte, ponendo in evidenza che tale opzione interpretativa è priva di riscontri sul piano testuale e contrasta con l’esigenza, costituzionalmente garantita (art. 111, secondo comma, Cost.), di assicurare la ragionevole durata del processo, poiché comporta il prolungamento del giudizio per il riesame di ragioni che la stessa parte interessata ha trascurato di coltivare (Cass. 13 maggio 2003, n. 7316).
L’art. 342 ha stabilito, a sua volta, che l’appello deve contenere “i motivi specifici dell’impugnazione”. Il che sta ad indicare che l’atto d’appello non può limitarsi ad individuare le “statuizioni” concretamente impugnate, e così i capi di sentenza non ancora destinati a passare in giudicato ex art. 329 cpv cpc, ma deve contenere anche le argomentazioni dirette a confutare la validità delle ragioni poste dal primo giudice a fondamento della soluzione delle singole questioni su cui si regge la decisione (Cass., sez. un., 6 giugno 1987, n. 4991; 29 gennaio 2000, n. 16/SU; Cass. 1 aprile 2004, n. 6396; 22 dicembre 2004, n. 23742) e, quindi, non può non indicare le singole “questioni” sulle quali il giudice ad quem è chiamato a decidere (Cass. 2 febbraio 2005, n.2041), sostituendo o meno per ciascuna di esse soluzioni diverse da quelle adottate in prime cure.
7.1.2 – L’accoglimento della proposta puntualizzata alla lettera “a” del § 7.1, incontrò, invece, vivissime resistenze e fu per questo che l’art. 345, secondo comma, del codice di rito adottò una formulazione meno rigorosa di quella già riferita (retro, § 7.1), che ammetteva la proposizione di eccezioni, la produzione di documenti e la richiesta di ammissione di nuove prove solo in presenza di “gravi motivi”, la cui ricorrenza era rimessa al prudente apprezzamento del giudice. Tale formulazione fu ulteriormente edulcorata da un nuovo testo, introdotto dalla L. 26 novembre 1950, n. 581 (applicabile, ex art. 92, secondo comma, l. 26 aprile 1990, n. 353 – così come modificato dall’art. 6, d.l. 7 ottobre 1994, n. 571, convertito, con modificazioni, nella l. 6 dicembre 1994, n. 673 – ai giudizi instaurati anteriormente al 30 aprile 1995, e, quindi, anche a quello in esame, promosso con atto notificato il 5 maggio 1993) che “restituì” alle parti la facoltà di proporre in grado d’appello nuove eccezioni, di produrre nuovi documenti e di chiedere l’ammissione di mezzi di prova prevista dal codice di rito abrogato, facendo tuttavia salvo il potere del giudice di valutare, secondo i principi stabiliti dall’art. 92, ai fini della determinazione dell’onere delle spese, il comportamento della parte che avesse svolto solo in sede di gravame quelle attività che avrebbe potuto compiere in primo grado.
Non è da credere, tuttavia, che fosse stato, in tal modo, ripristinato integralmente il sistema del codice abrogato. Restavano, infatti, immutati sia l’art. 346 che l’art. 342, che avevano fortemente ridimensionato gli effetti devolutivi dell’appello, ispirandosi ad una logica più rispondente alle finalità di un rimedio volto ad emendare gli eventuali errori del giudice di primo grado che a quella, propria del sistema previgente, di assicurare la prosecuzione del giudizio di primo grado per un nuovo esame della stessa causa da parte di un giudice diverso e “superiore”.
8 – In questo processo evolutivo del giudizio d’appello (reso ancora più evidente dalla novella del 1990 che, riformulando gli artt. 337 e 345, ha eliminato gli effetti sospensivi dell’impugnazione e ha posto notevoli limitazioni alla possibilità di introdurre elementi di novità nel giudizio d’appello) si collocano le sentenze richiamate nel § 6, che pongono a carico dell’appellante l’onere di fornire la dimostrazione della fondatezza delle censure formulate.
Le considerazioni svolte nei precedenti paragrafi portano a ritenere esatto tale orientamento. In sostanza, l’appello non rappresenta più, come nel sistema del codice di rito del 1865, pur permanendo la sua funzione sostitutiva quanto alle statuizioni decisorie su diritti impugnati, il “mezzo” per “passare da uno all’altro esame della causa”, su tali statuizioni, e non può quindi limitarsi al fine di ottenerne la riforma, ad una denuncia generica dell’ingiustizia dei capi appellati della sentenza di primo grado, ma deve puntualizzarsi all’interno dei capi di sentenza destinati ad essere confermati o riformati, ma “comunque” sostituiti dalla sentenza di appello che non è impugnazione rescindente come il ricorso per cassazione (l’avvicinamento alla struttura del quale è solo parziale); e tal puntualizzazione ulteriore avviene appunto nella denunzia di specifici “vizi” di ingiustizia o nullità della sentenza impugnata. In questo contesto sistematico vengono meno i presupposti per ritenere che l’onere probatorio dell’appellante debba essere individuato con esclusivo e retrospettivo riferimento alla posizione da lui assunta nel giudizio di primo grado, con la conseguenza che se in quel giudizio l’appellante aveva assunto la qualità di convenuto, il suo onere probatorio rimarrebbe integro, anche nella successiva fase di gravame, quanto a tutti i fatti impeditivi o estintivi del diritto fatto valere dall’attore.
Deve, al contrario, affermarsi che, essendo l’appellante tenuto a fornire la dimostrazione della fondatezza delle singole censure mosse alle singole soluzioni offerte dalla sentenza impugnata, il cui riesame è chiesto per ottenere la riforma del capo decisorio appellato, l’appello da lui proposto, in mancanza di tale dimostrazione deve essere, in base ai principi, respinto, con conseguente conferma sostitutiva dei capi di sentenza appellati, quale che sia stata la posizione da lui assunta nella precedente fase processuale. Solo in questi sensi può parlarsi dell’appello quale “revisio”.
8.1. – In verità, il problema fin qui esaminato non si sarebbe neppure posto se il ritiro del fascicolo fosse stato subordinato, a tutela degli interessi della controparte e del corretto esercizio dell’attività giurisdizionale, al deposito di copia dei documenti probatori che in esso erano inseriti.
Tale possibilità non è specificamente contemplata dagli artt. 169 c.p.c. e dall’art. 77 d.att. c.p.c. che regolano il ritiro dei fascicoli di parte. Ma l’interprete non può arrestarsi a questa constatazione, dal momento che le singole norme sono inserite in un sistema e, pertanto, possono essere correttamente intese solo se poste in relazione con l’ordinamento di cui fanno parte integrante.
Orbene, tra i principi caratterizzanti del nostro sistema processuale, vi è, per comune riconoscimento, annoverato quello di “acquisizione” delle prove, il quale implica che un elemento probatorio, una volta introdotto nel processo, sia definitivamente acquisito alla causa e non possa più esserle sottratto.
In virtù di tale principio – che trova positivo riscontro in alcune norme del codice di rito (come ad es. l’art. 245, secondo comma, c.p.c.) e al quale il riconoscimento, a livello costituzionale, del principio del giusto processo, ha offerto un più pregnante fondamento – le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale si siano formate, concorrono tutte alla formazione del convincimento del giudice (Cass. 19 aprile 2000, n. 5126, 2 febbraio 2001, n. 1505, 10 agosto 2004, n. 15408), dovendosi escludere che la dimostrazione dei fatti posti dalle parti a fondamento delle rispettive deduzioni debba essere ricavata solo dalle prove offerte di quella gravata del relativo onere probatorio secondo i principi dettati dall’art. 2697 c.c. (Cass. 16 giugno 1998, n. 5980; 3 ottobre 2000, n. 13068; 24 gennaio 2003, n. 1112).
Se la facoltà di ritiro del fascicolo di parte è intesa con eccessiva larghezza il principio in esame rischia di essere svuotato di ogni effettiva portata, poiché la mancata restituzione del fascicolo, in violazione dei doveri di lealtà e di probità sanciti dall’art. 88 c.p.c., potrebbe porre la controparte nell’impossibilità di fornire quelle prove che in precedenza, alla stregua delle risultanze desumibili dal fascicolo avversario, dovevano ritenersi superflue. L’imposizione, a carico della parte che nel corso del processo chieda il ritiro del proprio fascicolo, dell’onere di depositare copia dei documenti probatori che in esso siano inseriti consente di far salva la piena attuazione del principio di acquisizione delle prove. E non può dirsi del tutto estranea al contenuto dell’art. 169 c.p.c. che, sia pure in modo scarsamente efficace, pone alcuni limiti all’esercizio della facoltà di ritiro del fascicolo di parte. La giurisprudenza, del resto, ha già provveduto ad integrare parzialmente il lacunoso dettato legislativo affermando, in assenza di ogni previsione normativa, la necessità di formalità certificative anche per il ritiro del fascicolo dopo la chiusura dell’istruzione (Cass. 19 luglio 1963, n. 1978; 15 novembre 1976, n. 4236).
9 – La Corte territoriale – prendendo atto della mancanza del fascicolo di primo grado della curatela fallimentare, attrice nella precedente fase di giudizio, in cui erano contenuti i documenti relativi ai protesti e alle procedure esecutive a carico della società C. Trasporti, successivamente dichiarata fallita, che aveva eseguito i pagamenti, dei quali il Tribunale aveva disposto la revocatoria – ha accolto l’appello della società M. Petroli (fondato sull’assunto che tale documentazione, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, non dimostrava che essa fosse stata a conoscenza dello stato d’insolvenza della società C. Trasporti nel momento in cui erano stati eseguiti i pagamenti in questione) ed ha conseguentemente rigettato la domanda avanzata dalla curatela, osservando che la mancanza del fascicolo, e dei documenti che erano in essi inseriti, non consentiva ex novo di accertarne la fondatezza e di capire quanto fondate fossero le censure dell’appellante.
Appare evidente che, così decidendo, la sentenza impugnata non si è attenuta ai principi puntualizzati nel precedente paragrafo, non avendo attribuito alcun rilievo alla circostanza che l’appellante, come si desume chiaramente dalla sua motivazione, non aveva offerto alcun elemento a sostegno del proprio gravame, neppure depositando di nuovo i documenti della cui valenza il suo appello discuteva (già prodotti in primo grado dall’altra parte, in appello rimasta contumace).
10 – La censura formulata con il secondo motivo di ricorso è quindi fondata. L’altra doglianza, puntualizzata nel primo motivo, rimane assorbita.
La sentenza impugnata deve essere conseguentemente cassata, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce, in altra composizione, che si atterrà ai principi di diritto specificati nel § 8 valutando quindi, se, pur in assenza agli atti dei documenti in discorso (che peraltro, in sede di rinvio, entrambe le parti potranno ridepositare in quanto già a suo tempo acquisiti agli atti del primo grado di giudizio), debba o meno accogliersi la domanda di riforma della sentenza di primo grado.
Il giudice di rinvio all’esito provvederà, inoltre, alla liquidazione delle spese, dei vari gradi di giudizio.


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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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