Abbandono del figlio: può costare caro, molto caro.

Mirco Minardi

Il disinteresse di un genitore verso un figlio può costare caro, anzi, molto caro, come avvenuto nella vicenda decisa dal Tribunale Modena con sentenza 04/07/2012.

Il caso è semplice. A seguito di una relazione extraconiugale, Tizio genera con Caia una figlia, Mevia, che viene riconosciuta dal padre ma che preferisce non compromettere i rapporti con la famiglia legittima; pertanto decide di non avere rapporti con la figlia.

A causa di ciò, tuttavia, Mevia subisce conseguenze psicologiche gravi, tanto da minacciare e alcune volte tentare il suicidio, proprio a causa del rifiuto del padre di vederla. 

Madre e figlia (ormai trentenne) decidono quindi di agire nei confronti del padre per chiedere il risarcimento dei danni e il pagamento di un contributo mensile di 400,00 euro.

Accertato l’effettivo abbandono di Mevia, il giudice modenese osserva che l’abbandono di un figlio è un comportamento stigmatizzabile non solo dal punto di vista sociale, ma anche giuridico.

L’art. 30 della Costituzione stabilisce infatti che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”.

Vi è poi la disposizione prevista dall’art. 261 del codice civile che ugualmente prevede un dovere di mantenimento dei figli naturali riconosciuti.

L’assenza della figura paterna, scrive il giudice, per scienza comune, incide negativamente sull’intero processo di sviluppo e di maturazione psicologica della personalità dell’individuo: non solo da un punto di vita morale, di educazione, di formazione del carattere e della personalità, dell’equilibrio e della stabilità emotiva, ma pure, in modo particolare, nelle scelte di vita dell’abbandonato che possono risultare fortemente condizionate dalla condizione economica della famiglia d’origine, nella quale il padre-marito molte volte rappresenta il perno cruciale, non solo affettivo, ma anche economico.

Nel caso in esame, il consulente tecnico nominato dal giudice ha accertato che nella figlia si era verificata un’anomala carenza delle relazioni familiari affettive, risultate incomplete e distorte per la condotta privativa del genitore ed anche un fastidioso ritardo nella attività realizzatrici e nelle scelte di vita. La circostanza aveva trovato riscontro nelle dichiarazioni dei testimoni che avevano riferito dei tentativi di suicidio della ragazza.

Il fatto in sé denota, secondo il Tribunale, un vuoto interiore assai profondo, conseguenziale alla mancanza della figura paterna. Situazione, questa, lesiva di fondamentali ed inviolabili diritti del figlio, diritti garantiti in primis ex art. 30 Cost., e che merita ristoro in quanto lesiva di diritto soggettivo di natura non patrimoniale/esistenziale (art. 2059 c.c.).

Si è dunque verificato un danno esistenziale che consiste nel “pregiudizio al fare aredittuale determinante una modifica peggiorativa da cui consegue uno sconvolgimento dell’esistenza e in particolare delle abitudini di vita con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione, sia all’interno che all’esterno dl nucleo familiare” (Cass. 30 dicembre 2011, n. 30668).

Il giudice ricorda che nel cruciale arresto delle S.U. del 2008 “la risarcibilità del danno non patrimoniale è ammessa, oltre che nelle ipotesi espressamente previste da una norma di legge, nei casi in cui il fatto illecito vulneri diritti inviolabili della persona costituzionalmente protetti” (Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26973).

Nella specie non è dubbia l’applicabilità dell’augusto principio di diritto a fronte della lesione della previsione affidata al precetto di cui all’art. 30 Cost.

Accertato il fatto e la sua riconducibilità ad una fattispecie normativa astratta, il giudice modenese passa quindi a quantificare il danno, la cui quantificazione avviene per equivalente secondo un criterio equitativo puro ex artt. 1226 e 2056 c.c., tenendo conto che la maggiore gravità del danno dipende dalla maggiore o minore inerenza del vincolo familiare reciso o mancante, e pure tenendo conto della composizione del nucleo familiare nella specie, formato unicamente dalla madre. Tenuto conto della vicenda, il giudice ritiene di liquidarlo nella misura massima.

Ovviamente non essendo possibile liquidare il danno riferendosi ad una porzione o ad una quota del danno biologico risentito, come abitualmente avviene in ipotesi di sinistro mortale tanatologico (cfr., ad es., Trib. Modena 27 dicembre 2007; Trib. Modena 21 maggio 2008, entrambe in www.dejure.it), l’importo viene stabilito liquidandolo in misura proporzionale rispetto alla maggiore incidenza dell’assenza della figura paterna durante il periodo cruciale degli anni di sviluppo e crescita (0-18 anni) e poi in misura decrescente per il periodo successivo (19-30 anni), quando ormai la situazione abbandonica può ritenersi, almeno parzialmente, stabilizzata ed ormai, presumibilmente, quasi metabolizzata o in fase di progressiva compensazione.

La quota di danno per i primi 18 anni di età viene così fissata in 10.000 euro e perciò ammonta ad euro 180.000, mentre per il successivo periodo annui (19-30 anni) viene fissata  annuo dimezzato di euro 5.000, cosicché il danno ammonta ad euro 50.000 e perciò complessivamente ad euro 230.000 determinato a valori attuali.

A tale somma si aggiunge il mancato versamento del contributo di mantenimento quantificato in complessivi euro 86.400 (euro 400,00 euro mensili x 12 mesi x 18 anni).

Il tutto per la “modica” cifra di 316.400 euro, somma che, credo, non sia mai stata liquidata per un caso del genere.

Resisterà questa quantificazione in appello?

 

Tribunale Modena 04/07/2012

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE DI MODENA
(Sezione distaccata di Pavullo nel Frignano)
nella persona del giudice dr. Roberto Masoni
ha pronunciato la seguente sentenza:
nella causa iscritta nel Ruolo generale affari
contenziosi n. [OMISSIS]/2007
promossa da [OMISSIS] e [OMISSIS] rappresentate e difese per procura
speciale a margine dell’atto di citazione dagli avv.ti Antonella
Cenicola
contro
[OMISSIS] rappresentato e difeso per procura speciale a
margine della comparsa di risposta dall’avv. Roberto Leoni e Fausto
Gianelli
sulla base delle seguenti conclusioni:
per l’attore: “come da foglio allegato al verbale d’udienza del 3
maggio 2012”
per il convenuto: “come da comparsa di risposta”.
MOTIVI DELLA DECISIONE
I. Assumono le attrici, [OMISSIS] e [OMISSIS], rispettivamente madre e figlia, che la prima, in seguito a relazione extraconiugale intercorsa con [OMISSIS], partorì la seconda, che nacque in data [OMISSIS].
[OMISSIS] venne riconosciuta dal padre, il quale successivamente si allontanò però (senza fare ritorno) da madre e figlia, disinteressandosi così di entrambe per il resto della vita.
Per effetto dell’abbandono della figlia, quest’ultima ha richiesto il risarcimento dei danni subiti a titolo di danno morale per violazione degli obblighi di assistenza familiare, ed anche del danno non patrimoniale per violazione del corrispondente precetto costituzionale, chiedendo pure la liquidazione di un contributo di mantenimento nella misura di euro 400 mensili.
II. Pacifico e dimostrato è il fatto dedotto in giudizio, di abbandono posto in essere da parte del padre.
Questi, dopo il riconoscimento di [OMISSIS], ha evitato di intrattenere ogni rapporto con la figlia e con la madre, anzi evitando appositamente ed in ogni modo di incontrarla e di parlarle. Il convenuto si è giustificato affermando di essere uomo sposato, già padre di due figli nati nel [OMISSIS] e nel [OMISSIS], ed assumendo che ogni relazione con l’attrice avrebbe potuto compromettere la stabilizzazione del difficile equilibrio raggiunto all’interno del nucleo familiare legittimo, con moglie e figli (cfr. la deposizione della moglie del [OMISSIS], sig. [OMISSIS]).
Ebbene in diritto, non par dubbio che l’assenza della figura paterna ed anzi l’abbandono da parte del padre rispetto alla figlia sia condotta stigmatizzabile anzitutto, da un punto di vista sociale, oltre che, in diritto, compiuta in patente dispregio al precetto costituzionale che tutela la famiglia ed i figli per quanto nati al di fuori del rapporto di coniugio (art. 30 Cost.: “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”).
Non c’è dubbio che il convenuto non abbia adempiuto ai doveri previsti dal disposto costituzionale rispetto alla figlia (qui attrice) “nata fuori del matrimonio”, eppur tutelata dall’augusto precetto in discorso, violando pure il disposto codicistica in materia di mantenimento dei figli naturali riconosciuti (art. 261 c.c.).
L’assenza della figura paterna, per scienza comune, incide negativamente sull’intero processo di sviluppo e di maturazione psicologica della personalità dell’individuo: non solo da un punto di vita morale, di educazione, di formazione del carattere e della personalità, dell’equilibrio e della stabilità emotiva, ma pure, in modo particolare, nelle scelte di vita dell’abbandonato che possono risultare fortemente condizionate dalla condizione economica della famiglia d’origine, nella quale il padre-marito molte volte rappresenta il perno cruciale, non solo affettivo, ma anche economico.
Ciò è quanto può ritenersi accaduto nella specie per [OMISSIS], seppur con le approssimazioni dovute alla difficoltà dell’accertamento probatorio, del resto riflesso dagli esiti cui è giunta la perizia psichiatrico-psicologica in atti.
Può presuntivamente affermarsi che, in assenza della figura paterna, “si sia verificata nella perizianda un’anomala carenza delle relazioni familiari affettive, risultate incomplete e distorte per la condotta privativa del genitore ed anche un fastidioso ritardo nella attività realizzatrici e nelle scelte di vita” (cfr. p. 8 CTU).
La circostanza ha trovato comunque pieno riscontro probatorio se è vero quanto ha riferito la zia dell’attrice, [OMISSIS]: “quando mia nipote riceveva rifiuti ad incontri da parte del padre, in più occasioni ha tentato il suicidio, minacciando di buttarsi dalla finestra. Sono sempre riuscita a dissuaderla. Questi episodi sono capitati a casa mia quando [OMISSIS] frequentava la scuola media ed anche dopo”.
La circostanza è stata ribadita pure dal teste [OMISSIS] il quale ha riferito che: “da quando è nata la bambina il [OMISSIS] non si è mai degnato di presentarsi per parlare con la figlia. [OMISSIS] ha minacciato più volte di suicidarsi, con la macchina oppure buttandosi dalla finestra”.
Come si vede, nella specie, la condotta abbandonica del genitore è stata vissuta da [OMISSIS] in modo addirittura drammatico se è vero che la stessa ha tentato in più di un’occasione la via del suicidio.
Il fatto in sé denota un vuoto interiore assai profondo conseguenziale alla mancanza della figura paterna. Situazione questa lesiva di fondamentali ed inviolabili diritti del figlio, diritti garantiti in primis ex art. 30 Cost. Tale situazione merita ristoro in quanto lesiva di diritto soggettivo di natura non patrimoniale/esistenziale (art. 2059 c.c.). Il danno esistenziale, come si è insegnato anche di recente, consiste nel “pregiudizio al fare aredittuale determinante una modifica peggiorativa da cui consegue uno sconvolgimento dell’esistenza e in particolare delle abitudini di vita con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell’ambito della comune vita di relazione, sia all’interno che all’esterno dl nucleo familiare” (Cass. 30 dicembre 2011, n. 30.668).
In un cruciale arresto, si è pure insegnato al riguardo che “la risarcibilità del danno non patrimoniale è ammessa, oltre che nelle ipotesi espressamente previste da una norma di legge, nei casi in cui il fatto illecito vulneri diritti inviolabili della persona costituzionalmente protetti” (Cass., sez. un., 11 novembre 2008, n. 26973).
Nella specie non è dubbia l’applicabilità dell’augusto principio di diritto a fronte della lesione della previsione affidata al precetto di cui all’art. 30 Cost.
III. Ritenuta la pacifica sussistenza dell’an, passiamo alla valutazione economica delle conseguenze subite dall’istante.
Il risarcimento del danno è liquidabile per equivalente, alla stregua di un criterio equitativo puro ex artt. 1226 e 2056 c.c., tenendo conto che la maggiore gravità del danno dipende dalla maggiore o minore inerenza del vincolo familiare reciso o mancante, e pure tenendo conto della composizione del nucleo familiare (nella specie, formato unicamente dalla madre della [OMISSIS]).
Nella specie, il danno può ritenersi, per come l’abbandono ed il distacco del padre (concretatosi altresì nella condotta successiva di completa e totale chiusura e disinteresse alle istanze di incontro e dialogo con la figlia) è stato vissuto da [OMISSIS], determinabile nella misura massima.
Nella specie, non è evidentemente possibile liquidare il danno riferendosi ad una porzione o ad una quota del danno biologico risentito, come abitualmente avviene in ipotesi di sinistro mortale tanatologico (cfr., ad es., Trib. Modena 27 dicembre 2007; Trib. Modena 21 maggio 2008, entrambe in www.dejure.it), stante nella specie l’inapplicabilità del criterio.
E’ però del pari possibile stabilire l’importo del danno, liquidandolo in misura proporzionale rispetto alla maggiore incidenza dell’assenza della figura paterna durante il periodo cruciale degli anni di sviluppo e crescita di [OMISSIS] (0-18 anni) e poi in misura decrescente per il periodo successivo (19-30 anni), quando ormai la situazione abbandonica può ritenersi, almeno parzialmente, stabilizzata ed ormai, presumibilmente, quasi metabolizzata o in fase di progressiva compensazione.
La quota di danno per i primi 18 anni di età viene fissata in annui euro 10.000 e perciò ammonta ad euro 180.000, mentre per il successivo periodo (19-30 anni) può fissarsi un importo annuo dimezzato di euro 5.000, cosicché il danno ammonta ad euro 50.000. E perciò complessivamente ad euro 230.000 determinato a valori attuali.
IV. L’importo indicato nel par. precedente afferisce a posta di danno non patrimoniale.
Va ora considerata l’incidenza della situazione abbandonica sulla condizione economico-patrimoniale dell’istante.
Ebbene, l’assenza di qualsivoglia contributo economico del padre al menage familiare ha inciso negativamente sulle scelte di vita compiute da [OMISSIS].
Quest’ultima non ha potuto iscriversi all’università per mancanza di disponibilità economiche (fatto espressamente ammesso dal convenuto), se non in tempi recentissimi. Dovendo aiutare la famiglia monoreddito (non in condizioni economiche floride ed anzi in ristrettezze) l’attrice è stata costretta a svolgere mansioni occasionali e precarie di cameriera nei bar e nei ristoranti (testi: [OMISSIS] e [OMISSIS]).
Per vero è stato dedotto ed ex adverso eccepito che la [OMISSIS] avrebbe conseguito l’indipendenza economica una volta raggiunta la maggiore età e perciò ad essa non competerebbe per questo periodo di tempo diritto alcuno a contributo alimentare.
Da un punto di vista probatorio, la circostanza del raggiungimento dell’indipendenza economica di [OMISSIS] col raggiungimento della maggiore età non è stata smentita da elementi probatori di segno opposto, né dedotte dalla sua difesa circostanze di segno contrario.
Deve allora ritenersi dimostrato il fatto, in quanto pacifico, e perciò non dovuto il preteso contributo economico per gli anni successivi alla maggiorità.
Per quanto riguarda poi il diritto qui agito di [OMISSIS] a ricevere dal padre quota del 50% del contributo di mantenimento dovuto ex lege (artt. 261 e 147 e 148 c.c.) per il tempo in cui la stessa si trovava in condizione di minorità, e per il quale controparte ha eccepito la prescrizione, si rileva che l’eccezione appare infondata e va reietta.
Se è vero che [OMISSIS] ha agito in giudizio con citazione notificata in data 27 marzo 2007, quando aveva già compiuto 26 anni, l’azione è stata tuttavia introdotta a distanza di 9 anni e quattro mesi da quando il diritto di azione si è maturato, col compimento della maggiore età, e perciò tempestivamente.
Può così all’uopo accogliersi la domanda volta al riconoscimento fino al 18° anno di età di un contributo economico di mantenimento pari ad euro 400 mensili.
Resta così dovuta a questo titolo la somma complessiva di euro 86.400 (euro 400 x 12 x 18).
In sostanza il convenuto va condannato al risarcimento della somma complessiva di euro 316.400.
Le spese processuali seguono la soccombenza (art. 91 c.p.c.) e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.
Il Tribunale di Modena, definitivamente decidendo, ogni contraria istanza, domanda e/o eccezione disattesa, nella causa promossa da [OMISSIS] e [OMISSIS] con atto di citazione notificato in data 27 marzo 2007,
1. dichiara tenuto e condanna il convenuto al risarcimento dei danni subiti da [OMISSIS] e che sono liquidati in complessivi euro 316.000;
2. dichiara tenuto e condanna il convenuto a rimborsare le spese processuali che si liquidano in complessivi euro 10.365 (di cui euro 2.065 per anticipazioni, di cui euro 2.000 per spese di CTU; euro 2.400 per diritti; euro 6.300 per onorari), oltre ad IVA e CAP, come per legge, oltre a spese generali.
Pavullo Modena, 4 luglio 2012
Il giudice
(dr. Roberto Masoni)
Minuta depositata in cancelleria in data 5 luglio 2012 e pubblicata nelle forme di legge in data
Il cancelliere


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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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Un commento:

  1. Rosanna pane

    Salve e grazie in anticipo.
    Ecco la storia: da una relazione (io vedova,35anni, lui divorziato,45anni) viene concepita una figlia. Lui svanisce al 4°mese di gravidanza. Nata la bimba invio A.R.alla di lui madre,ma non ho risposta. Negli anni lo contatto telefonicamente e lo cerco per far conoscere e riconoscere la bimba. Si nega. Tre anni fa, mia figlia aveva 15anni, sotto suo imput, inizio causa riconoscimento c/o T.M. di napoli. Vinco il I°grado: cognome, arretrati,mantenimento. Lui ricorre in appello. Il 9/5 u.s. la sentenza pubblicata, mi vede ancora vittoriosa. sono passati piu di 30gg…nulla è successo……Premetto che lui è benestante, io solo docente, risposato senza figli, e fratello di un magistrato molto ma molto ma molto conosciuto in Italia. E’ questa la LEGGE????????



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