Motivazione apparente della commissione tributaria e ricorso per cassazione

Mirco Minardi

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Nel caso deciso da Cass. 7582/2020, la S.C. ha accolto il motivo formulato dal contribuente, peraltro con errore di sussunzione.

Ho già spiegato molte volte (anche nel mio ebook) come una delle difficoltà maggiori per il cassazionista non esperto è dato dalla corretta sussunzione del motivo di impugnazione sotto uno dei numeri dell’art. 360 primo comma, c.p.c. e in particolare del 3), del 4) e del 5).

Nel caso di specie, il ricorrente aveva denunciato con il n. 5) la motivazione apparente della Commissione Tributaria, la quale aveva liquidato l’impugnazione con questa laconica giustificazione: “nel caso di specie il contribuente non ha vinto l’onere della prova ad esso incombente”.

Si trattava, dunque, di una manifesta violazione dell’art. 132 n. 4 c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 4) c.p.c., mancando le ragioni di fatto della decisione. Questa volta al ricorrente è andata bene, in quanto non sempre la Corte è così indulgente verso gli errori di sussunzione, specie quando l’errore di sussunzione non è solo formale, bensì sostanziale (ad es. si denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo, anziché l’omessa pronuncia su una eccezione).

La seguente è la motivazione della Corte di Cassazione in parte qua:

– Con il quinto motivo – dedotto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1 sia quale vizio motivazionale sia quale violazione di una pluralità di disposizioni legge -, da affrontarsi prioritariamente rispetto al secondo e terzo in quanto denuciante un vizio di difetto di motivazione assoluto attinente alla decisione nel merito della controversia, il contribuente contesta alle pagg.23 e 24 del ricorso come “Non integra gli estremi di una motivazione su un punto decisivo della controversia, l’affermazione che “nel caso di specie il contribuente non ha vinto l’onere della prova ad esso incombente”, dovendosi concludere che la Commissione regionale non abbia affatto esaminato gli elementi a controprova dell’odierno ricorrente”. Ancora, nello sviluppo della censura a pag.25 del ricorso si legge che la motivazione della CTR con cui vengono dismessi gli specifici motivi di impugnazione della sentenza di primo grado nel merito è “affermazione tautologica e immotivata e non costituisce un’adeguata replica” e, a pag. 26, si conclude che “ne deriva la totale illegittimità della sentenza oggetto del presente ricorso”.

– Il motivo, previa sua riqualificazione, è fondato. Va rammentato che per consolidata interpretazione giurisprudenziale “Ricorre il vizio di omessa o apparente motivazione della sentenza allorquando il giudice di merito ometta ivi di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indichi senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento.” (Cass. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 9105 del 07/04/2017, Rv. 643793 – 01).

– La motivazione della sentenza impugnata è apparente perchè non controllabile nel suo iter logico, disancorata da precisi riferimenti al quadro probatorio e astrattamente idonea ad essere applicata ad un numero indefinibile di fattispecie (Cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 2014). Dalla lettura della decisione si evince che si controverte sull’applicazione dello studio di settore, si citano precedenti giurisprudenziali relativi all’onere della prova, ma non vi è una conclusione del sillogismo che ancori il ragionamento astratto di diritto agli elementi di fatto della fattispecie, aderendo – se ritenuto del caso – alla motivazione del giudice di prime cure, ma in modo critico e ponderato (Cass., Sez. L -, Ordinanza n. 28139 del 05/11/2018, Rv. 651516 – 01).

– E’ tale motivazione apparente ad essere chiaramente censurata con il motivo in parola che, tuttavia, deve tener conto della vigenza del riformato n. 5 dell’art. 360 c.p.c., comma 1, per effetto della pubblicazione del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, G.U. 11/08/2012, applicabile alla sentenza del giudice d’appello, depositata il 24.9.2012. Il motivo può nondimeno essere riqualificato secondo il paradigma del dell’art. 360 c.p.c., n. 4, comma 1, in applicazione del principio di diritto secondo il quale “L’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nè determina l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato” (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 4036 del 20/02/2014, Rv. 630239) e, in questi termini, trova accoglimento.

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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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