Il ricorso per cassazione civile è davvero così insidioso?

Mirco Minardi

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La risposta a questa domanda non può che essere: “sì, il ricorso per cassazione è molto insidioso”. Cerchiamo di comprendere le ragioni.

Va anzitutto osservato che i requisiti di forma-contenuto di cui parla l’art. 366 c.p.c. sono previsti a pena di inammissibilità e non di nullità che, a differenza della prima, non può essere pronunciata se l’atto ha comunque raggiunto lo scopo[1].In secondo luogo, il giudizio di cassazione è regolato da una fittissima serie di regole pretorie che è possibile reperire solo nelle banche dati e nei codici commentati. Sicché non è nemmeno agevole conoscere a priori il contenuto delle stesse.In terzo luogo, i requisiti di forma contenuto di cui all’art. 366 c.p.c. sono interpretati diversamente dai singoli collegi (o dai singoli consiglieri?[2]), sicché una sintetica esposizione sommaria del fatto (art. 366, n. 3) c.p.c.) potrebbe essere giudicata insufficiente per un collegio e sufficiente per un altro, anche della stessa sezione.In quarto luogo, va ricordato che la Cassazione è un giudice molto severo, specie in periodi di “sovraffollamento” di ricorsi, come quello attuale, in cui i giudizi in materia di protezione internazionale hanno determinato un vertiginoso aumento annuale delle pendenze del 20%. In periodi come questi, la tentazione di utilizzare i requisiti di forma-contenuto per sfoltire la selva dei ricorsi pendenti potrebbe essere molto forte.Al di là di ciò, la vera difficoltà consiste nell’individuare la linea di confine tra ciò che può essere sindacato dalla Corte di Cassazione e ciò che non può. Lo spiego con l’immagine che segue:dove A è ciò che può essere sindacato, mentre B è ciò che non può essere sindacato. A e B, come si vede, hanno però in comune il settore C che possiamo considerare un territorio in cui è possibile ottenere tanto una pronuncia di accoglimento, quanto una pronuncia di inammissibilità. Non lo affermo io, lo sostiene da sempre la dottrina.Nella terza edizione del suo famoso manuale, il Luiso scriveva in maniera cruda: «se dovessimo trovare una costante al controllo della motivazione da parte della Corte di cassazione, la riscontreremmo nel fatto che, in sostanza, la Corte fa quello che vuole, decidendo lei stessa l’ampiezza e la profondità del controllo sulla motivazione dei provvedimenti impugnati»[3]. Egli aggiungeva che nessuna norma aveva mai impedito alla Corte di spingersi ben oltre quelli che sarebbero i propri limiti. Sottolineava poi che il vizio di motivazione era nato sotto il codice del 1865 in assenza di una norma come quella prevista dall’art. 360 n. 5) c.p.c. in tutte le formulazioni che si sono avute nel corso del tempo. Nonostante ciò, il vizio di motivazione “entrò dalla finestra” attraverso il vizio di nullità della sentenza per omissione di motivi in fatto e in diritto. «Omissione di motivi» nel corso degli anni significò non solo «mancanza», ma anche «carenza», «contraddittorietà», «illogicità» della motivazione. Esattamente quello che è successo a partire dal 2012: gran parte dei motivi che prima si facevano valere con il n. 5) sono oggi confluiti nel n. 4) dell’art. 360 c.p.c. e in alcuni casi nel n. 3).Altrettanto sintomatico, a mio avviso, è che il Taruffo, uno dei massimi processualisti dei nostri tempi, abbia raccolto una serie di saggi sulla Cassazione in un volumetto dall’eloquente titolo “Il vertice ambiguo”.D’altra parte, la dimostrazione che la Corte “fa quel che vuole”, per usare le parole del Luiso, è avvenuta in tempi recenti, ad esempio con le presunzioni semplici (v. § 3.12.12). Per decenni la Cassazione ha predicato che l’uso delle presunzioni semplici da parte del giudice di merito poteva essere censurato in sede di legittimità solo come «vizio di motivazione» e quindi ai sensi del vecchio art. 360 n. 5) c.p.c.; ma dopo che nel 2012 il n. 5) è stato trasformato in «omesso esame circa un fatto decisivo», la Corte ha ritenuto di poter effettuare la stessa esatta verifica che faceva prima, stavolta però ai sensi del n. 3) e quindi come vizio di legge. Ora, a me pare che ragioni di coerenza avrebbero dovuto indurre la Corte ad affermare che con la modifica del n. 5) – e la conseguente scomparsa del controllo sulla sufficienza e coerenza della motivazione – non sarebbe stato più possibile sindacare l’uso delle presunzioni semplici sotto tali aspetti, in quanto nulla autorizzava a ritenere essere avvenuta una metamorfosi della censura. Ma tant’è.Quanto sino ad ora affermato come influisce sulla nostra attività di avvocati cassazionisti? È semplice. Dobbiamo essere consapevoli dell’esistenza di quella “zona grigia” e dunque affrontare il ricorso con la massima cautela possibile, informando il cliente dei rischi che si possono correre. Detto altrimenti, ogni qual volta si esce dal perimetro della violazione di legge sostanziale e processuale in senso stretto, per aggredire come il giudice ha motivato la ricostruzione del fatto, l’inammissibilità non deve essere qualcosa di totalmente inaspettato, ma anzi qualcosa di astrattamente possibile nella nostra mente e in quella del cliente.Ritornando alle insidie, ho ritenuto opportuno ricondurle a tre importanti gruppi: (i) quelle relative ai motivi; (ii) quelle relative alla tecnica redazionale del ricorso; (iii) quelle relative alla fase di notifica e successivo deposito. In questo libro le analizzeremo tutte quante.Prima, però, diamo uno sguardo alla natura del giudizio di cassazione, per introdurre alcuni dei problemi che approfondiremo nel prosieguo.[1] Scrive G.F. Ricci, op. cit., pag. 271: «[…]. Può essere che tale scelta non sia stata frutto di un mero capriccio, ma che molto probabilmente sia stata determinata dalla particolare struttura del procedimento di cassazione, completamente diversa da quella dell’appello e sicuramente inspirata ad un maggior rigore di forme, in relazione al già accennato criterio di selezione delle impugnazioni del quale abbiamo parlato ed al quale l’intero sistema del giudizio di cassazione sembra informato».[2] Al pari di autorevole dottrina nutro forti dubbi sulla collegialità autentica del giudizio di cassazione. Intendo dire che salvo quando si tratti di questione avente rilievo nomofilattico, di regola il Collegio tende ad approvare il parere del relatore, non avendo studiato in maniera approfondita né il ricorso, né la sentenza impugnata. D’altra parte, con una produzione così elevata – si parla di una media di 15-20 provvedimenti al mese per ciascun consigliere – appare difficile trovare il tempo di esaminare con attenzione i ricorsi affidati agli altri consiglieri.[3] Luiso F. P., Diritto processuale civile, III edizione, vol. 2, pag. 402.

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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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Un commento:

  1. Malluzzo Luigi Maria

    sarebbe interessante un formulario con i singoli casi per l’appello



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