Il nuovo volto dell’appello civile per salvare l’Italia. Riflessioni a caldo sul D.L. 83/2012, convertito in legge 134/2012.

Mirco Minardi

I “tecnici” che stanno cercando di salvare (sic!) il nostro povero Paese hanno ben pensato di intervenire sul codice di procedura civile. D’altra parte, storpiare il codice di rito è un piacere a cui ben pochi Governi negli ultimi anni hanno saputo resistere. Il codice di procedura assomiglia a quei vecchi edifici abbandonati con i vetri rotti; ogni tanto arriva qualcuno che scaglia un nuovo sasso. Chi sia il “tecnico” che abbia ideato le modifiche non è chiaro; certamente non il Presidente del Consiglio, come pure il Ministro della Giustizia che è una penalista. La risposta è semplice: i soliti ignoti di qualche oscuro ufficio del Ministero.

Dunque, apprendiamo che per salvare l’Italia dal collasso economico non era più differibile la modifica di alcune norme del libro delle impugnazioni. O meglio, era sì urgente, ma il Governo ha preferito rimandare l’entrata in vigore del decreto legge in parte qua alla legge di conversione (1), con ciò violentando la Costituzione che all’art. 77 parla di “casi straordinari di necessità e urgenza”, tanto che vi è l’obbligo da parte del Governo di presentare il provvedimento alle Camere il giorno stesso. Ora, come si possa legittimamente adottare un decreto legge ad efficacia differita è un mistero al quale non sappiamo dare risposta. E’ come se ad un tale, giunto al Pronto Soccorso in gravi condizioni, gli fosse assegnato il codice rosso ma con prescrizione di ritornare dopo sessanta giorni.

Si tratta dell’ennesima “riforma” a costo zero. Siccome (parrebbe) il problema non può essere realmente risolto (perché significherebbe mettere mani al portafoglio o a riforme più complesse), si ricorre, in buona sostanza, alla limitazione del diritto di azione.

Ma vediamo l’art. 342 il cui primo comma, a seguito delle suddette modifiche, oggi recita così:

«L’appello si propone con citazione contenente le indicazioni prescritte dall’articolo 163. L’appello deve essere motivato. La motivazione dell’appello deve contenere, a pena di inammissibilità:
1) l’indicazione delle parti del provvedimento che si intende appellare e delle modifiche che vengono richieste alla ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di primo grado;
2) l’indicazione delle circostanze da cui deriva la violazione della legge e della loro rilevanza ai fini della decisione impugnata».

In precedenza il primo comma era così formulato.

«L’appello si propone con citazione contenente l’esposizione sommaria dei fatti ed i motivi specifici dell’impugnazione nonché le indicazioni prescritte nell’articolo 163».

Ecco alcuni brevissimi rilievi:

  • La “motivazione” per tradizione centenaria è quella dei provvedimenti giurisdizionali, non certamente le argomentazioni degli atti di parte.
  • Da almeno venti anni la Cassazione ha stabilito che i motivi specifici di impugnazione rappresentano un elemento essenziale dell’atto di appello, tanto che la loro mancanza ne determina l’inammissibilità. La norma, dunque, ribadisce un principio già esistente nell’ordinamento.
  • Non si comprende se i requisiti di cui ai numeri 1 e 2 debbono essere presenti congiuntamente o siano tra loro alternativi; letta così la norma, la prima soluzione sembrerebbe essere quella corretta, ma la conclusione sarebbe a dir poco scellerata.
  • Nel punto 2 si fa riferimento alla sola violazione di legge: e la falsa applicazione di norme di diritto? Non vorremmo pensare che l’appello sia divenuto più stringente del ricorso in Cassazione.
  • Manca qualsivoglia riferimento al sindacato esercitabile dal giudice del gravame in merito al cattivo uso del potere discrezionale esercitato dal giudice di primo grado: esso è dunque venuto meno?

Che cosa voglia fare il Governo è presto detto: rendere più difficile l’impugnazione e allo stesso tempo rendere più semplice una pronuncia di inammissibilità.

Ecco infatti il senso delle successive modifiche. Vengono introdotti due nuovi articoli:

  • 348 bis, intitolato “inammissibilità dell’appello”
  • 348 ter, intitolato “pronuncia sulla inammissibilità dell’appello”

«Art. 348-bis (Inammissibilità dell’appello). – Fuori dei casi in cui deve essere dichiarata con sentenza l’inammissibilità o l’improcedibilità dell’appello, l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice competente quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta. Il primo comma non si applica quando: a) l’appello è proposto relativamente a una delle cause di cui all’articolo 70, primo comma; b) l’appello è proposto a norma dell’articolo 702-quater.

Art. 348-ter (Pronuncia sull’inammissibilità dell’appello). – All’udienza di cui all’articolo 350 il giudice, prima di procedere alla trattazione, sentite le parti, dichiara inammissibile l’appello, a norma dell’articolo 348-bis, primo comma, con ordinanza succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi. Il giudice provvede sulle spese a norma dell’articolo 91. L’ordinanza di inammissibilità è pronunciata solo quando sia per l’impugnazione principale che per quella incidentale di cui all’articolo 333 ricorrono i presupposti di cui al primo comma dell’articolo 348-bis. In mancanza, il giudice procede alla trattazione di tutte le impugnazioni comunque proposte contro la sentenza. Quando è pronunciata l’inammissibilità, contro il provvedimento di primo grado può essere proposto, a norma dell’articolo 360, ricorso per cassazione. In tal caso il termine per il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado decorre dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità. Si applica l’articolo 327, in quanto compatibile. Quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al comma precedente può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4) (del primo comma dell’articolo 360. La disposizione di cui al quarto comma si applica, fuori dei casi di cui all’articolo 348-bis, secondo comma, lettera a), anche al ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che conferma la decisione di primo grado.».

In sintesi dalle suddette norme si ricava che:

  • l’impugnazione è dichiarata inammissibile dal giudice quando non ha una ragionevole probabilità di essere accolta;
  • la dichiarazione di inammissibilità de qua non può essere emessa qualora l’appello debba essere dichiarato improcedibile o inammissibile (con sentenza) per altri motivi;
  • la declaratoria di inammissibilità per probabile infondatezza non può essere emessa nei procedimenti in cui è previsto l’intervento obbligatorio del PM e in quelli avverso l’ordinanza emessa a seguito del rito sommario;
  • la declaratoria di inammissibilità per probabile infondatezza va emessa alla prima udienza, sentite le parti;
  • il provvedimento riveste la forma dell’ordinanza che deve essere succintamente motivata, anche mediante il rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e il riferimento a precedenti conformi;
  •  l’ordinanza contiene la condanna alle spese a norma dell’articolo 91;
  • in caso di appello incidentale l’ordinanza di inammissibilità è pronunciata quando riguardi tutte le impugnazioni; in mancanza, il giudice procede alla trattazione di tutte le impugnazioni comunque proposte contro la sentenza;
  • quando è pronunciata l’inammissibilità, la parte soccombente può impugnare il provvedimento di primo grado con ricorso per cassazione, a norma dell’articolo 360; In tal caso il termine per il ricorso per cassazione avverso il provvedimento di primo grado decorre dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, dell’ordinanza che dichiara l’inammissibilità e si  applica l’articolo 327, in quanto compatibile;
  • quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al quarto comma può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui ai numeri 1), 2), 3) e 4) del primo comma dell’articolo 360. Questa disposizione si applica, fuori dei casi di cui all’articolo 348-bis, secondo comma, lettera a), anche al ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che conferma la decisione di primo grado».

I due articoli fanno venire i brividi. In buona sostanza si prevede un rigetto nel merito dell’appello qualora non sia ragionevolmente probabile il suo accoglimento. Che cosa significa, però, “ragionevolmente probabile”? Fino a che punto deve spingersi il sindacato del giudice? Non c’è il rischio che la ragionevole probabilità altro non diventi che la ragionevole voglia di sbarazzarsi della causa?

Ma a parte ciò, il giudice per decidere se l’appello verrà probabilmente rigettato deve leggersi gli atti, allora perché a quel punto non emettere direttamente una sentenza? In fondo, tra una sentenza succintamente motivata e una ordinanza succintamente motivata c’è una differenza più di forma che di sostanza.

Ma il bello viene dopo. Detta ordinanza che è di “inammissibilità” (ma non ci hanno insegnato che l’inammissibilità è una pronuncia che impedisce l’esame del merito?) non può essere impugnata con ricorso per cassazione, bensì va impugnata direttamente la sentenza di primo grado!!! Ovviamente può accadere che la parte dell’ordinanza che liquida le spese legali sia viziata: essa è impugnabile? Se la risposta fosse positiva, a questo punto, come per magia, potremmo avere due giudizi di impugnazione al posto di uno, con conseguente moltiplicazione delle cause!!!

Le modifiche non finiscono qui. Ritenendo che la crescita economica dell’Italia dipenda dalla durata del giudizio di appello e che questa durata dipenda dalla possibilità per quel giudice di ammettere la produzione o l’assunzione di prove indispensabili (sulla base di quali statistiche???) per correggere una decisione ingiusta (si pensi alla quietanza che il debitore ha depositato tardivamente nel giudizio di primo grado), i nostri tecnici hanno soppresso detta possibilità prevista dall’art. 345 c.p.c..

Ora, sappiamo benissimo quanto poco sia stata applicata la norma e soprattutto quanto controversa era la sua interpretazione; tuttavia essa rappresentava la speranza per restituire un minimo di giustizia ad una sentenza ingiusta.

Brevi considerazioni finali.

  • La situazione drammatica in cui versano le Corti d’Appello si deve alla soppressione della figura del pretore, avvenuta nel 1998, con conseguente riversamento di tutte le impugnazioni emesse dai tribunali al giudice distrettuale.
  • Ulteriore causa del dissesto va attribuita ai sempre più diffusi ricorsi c.d. Pinto attribuiti alla competenza funzionale delle C.A..
  • Allo stato attuale, i giudici addetti alle Corti d’Appello non possono né eliminare l’arretrato né gestire le sopravvenienze.
  • Già oggi (come messo in luce da autorevole dottrina) le sentenze delle Corti d’Appello (non tutte ovviamente, ma quasi totalmente quel 31% che subisce la riforma) non brillano in quanto a percorso argomentativo; suggerire una ulteriore scorciatoia può risultare molto pericoloso per quello scocciatore di cittadino che chiede giustizia.
  • Si può anche discutere se sia opportuno mantenere l’appello per ogni causa (salve le eccezioni che già ci sono), prima però bisognerebbe che la giustizia ritornasse ad essere amministrata solamente da giudici veri, che hanno cioè superato un regolare concorso, e non anche da volontari (v. GDP e GOT).
  • Non può essere più tollerato che la valutazione di un magistrato prescinda dalla qualità delle sue sentenze; un magistrato che scrive 200 sentenze all’anno, di cui il 50% impugnate, è decisamente meno efficiente di uno che ne scrive 170 ma con una percentuale di impugnazione del 20%. Il primo ha in realtà definitivo 100 procedimenti, il secondo 136.
Una consolazione. E’ probabile (e auspicabile) che gli artt. 348 bis e ter finiranno nel dimenticatoio, visto che saranno pochi i giudici che avranno voglia di andare a studiare tutti i fascicoli d’udienza, con il rischio che se l’appello non è ragionevolmente infondato saranno costretti a ristudiarseli dopo 5/6 anni; ma qualcuno, statene certi, rimarrà vittima sul campo.

(1) Più precisamente, gli ultimi due commi del D.L. 83/2012 stabiliscono che: “2. Le disposizioni di cui al comma 1, lettere a), c), d) ed e) si applicano ai giudizi di appello introdotti con ricorso depositato o con citazione di cui sia stata richiesta la notificazione dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.
3. La disposizione di cui al comma 1, lettera b), si applica alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.”


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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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2 commenti:

  1. Dario mastrangelo

    Potrei conoscere gli estremi della sentenza della Corte di Appello di Ancona ed altri eventuali altri precedenti conformi recenti?

    Grazie

    Dario Mastrangelo



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