Revirement della Cassazione: i diritti di credito acquistati da un coniuge in regime di comunione legale dei beni, cadono nella comunione.

Mirco Minardi

La Cassazione (21098/2007) muta indirizzo circa la riconducibilità dei diritti di credito tra gli acquisti che cadono nella comunione legale ai sensi dell’art. 177 lettera a).

Questo il fatto.

  • La società ALFA emette delle obbligazioni che vengono acquistate da Tizio, sposato in regime di comunione legale dei beni.
  • Tizio denuncia lo smarrimento del certificato delle obbligazioni.
  • Nel frattempo, la moglie Caia si presenta alla società ALFA con il titolo originale chiedendo la restituzione del capitale ed il pagamento degli interessi.
  • Immediatamente dopo Tizio chiede a sua volta la restituzione del capitale e degli interessi maturati.
  • A quel punto, la società ALFA deposita presso un istituto bancario a disposizione di Tizio, coniugato con Caia in regime di comunione patrimoniale, la somma di L. 1.400.000.000, da versarsi “a chi di diritto, previa consegna dell’originale del certificato” e cita in giudizio entrambi i coniugi, al fine di accertare la legittimità del proprio operato.
  • Tizo si costituisce in giudizio eccependo:
    • che la sottoscrizione delle obbligazioni era stata da lui fatta utilizzando esclusivamente i proventi del proprio lavoro professionale;
    • che solo al momento dello scioglimento della comunione legale i proventi di tale attività, a norma dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. c), sarebbero entrati nella communio de residuo, mentre fino a tale momento gli appartenevano in via esclusiva.
    • che, comunque, i su detti proventi non rientravano tra i beni in comunione fra i coniugi, essendo rappresentativi di diritti di credito che per la loro natura relativa e personale non potevano cadere nella comunione e, pertanto, illegittimamente la soc. ALFA si era rifiutata di rimborsargli l’importo dei titoli, essendo egli l’unico titolare del credito;
    • che in ogni caso si verteva nell’ipotesi di cui all’art. 184 c.c., comma 3.
    • che illegittimamente la società attrice aveva subordinato il pagamento alla restituzione del certificato originale, avendo essa ritirato e distrutto il duplicato ed essendo a conoscenza che l’originale era stato abusivamente appreso da Caia.
    • Chiedeva quindi il rigetto della domanda attrice, la declaratoria dell’insussistenza della comunione sull’importo investito e la consegna della relativa somma, con interessi, rivalutazione, nonchè la condanna al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, anche a carico della D. G., da condannarsi alla restituzione del certificato obbligazionario.
  • Caia si costituiva a sua volta in giudizio, confermando di essere coniugata con il C. e di trovarsi in regime di comunione legale, deducendo:
    • di avere mantenuto la famiglia, formata da cinque figli, con il proprio lavoro di medico, avendo il marito sempre versato un contributo inadeguato a tale mantenimento;
    • di avere rinvenuto il certificato obbligazionario in questione fra le carte di casa, e di avere inteso utilizzare l’importo dello stesso, o quanto meno gli interessi maturati, per le necessità familiari, stante il disinteressamento del marito ed il suo coinvolgimento in vicende extraconiugali; che tutti i proventi dell’attività professionale dei coniugi entravano nella comunione legale e, comunque, vi ricadevano gli acquisti fatti con tali proventi.
    • Chiedeva che fosse dichiarato che le somme portate dal certificato in questione facevano parte della comunione legale fra i coniugi, con le pronunce consequenziali in ordine all’attribuzione.
  • Il tribunale accoglieva le domande della società attrice e quella della D.G., dichiarando che le obbligazioni in questione, e quindi il relativo importo , appartenevano a entrambi i coniugi. Accoglieva parzialmente la domanda riconvenzionale del C. nei confronti della moglie, condannando quest’ultima a reintegrarlo nel possesso del certificato obbligazionario.Rigettava ogni altra domanda e compensava fra le parti le spese.
  • Tizio proponeva appello, deducendo che, contrariamente a quanto affermato nella sentenza impugnata, la sottoscrizione di un certificato obbligazionario non è riconducibile all’ipotesi prevista dall’art. 177 c.c., lett. a), non avendo dato luogo all’acquisto di alcun bene, ma si era sostanziata in un mero accantonamento di proventi. Chiedeva la riforma della sentenza impugnata con l’accoglimento delle proprie domande. La società ALFA proponeva appello incidentale limitatamente alla compensazione delle spese di giudizio.
  • La Corte di appello di Napoli, con sentenza 3 aprile 2003, rigettava entrambi gli appelli.

Ricorre in Cassazione Tizio, ma la Corte rigetta il ricorso.

  • Secondo la Corte non esistono argomenti di ordine letterale o sistematico che giustifichino l’esclusione dei diritti di credito, tra gli “acquisti” previsti dall’art. 177 c.c., comma 1, lett. a),
  • Sotto l’aspetto letterale l’art. 177 c.c., comma 1, lett. a), disponendo genericamente che costituiscono oggetto della comunione “gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio, ad esclusione di quelli relativi ai beni personali“, ricomprende tra gli atti acquisitivi ogni genere di “bene”, inteso quale oggetto di ogni tipo di diritti, non contenendo la norma alcuna specificazione delimitativa (Cass. 27 maggio 1999, n. 5172).
  • Sotto l’aspetto sistematico non può essere accettata la tesi in forza dell’argomentazione secondo cui vi rientrerebbero solo i diritti reali in quanto la comunione, collocata dal codice nel libro della proprietà potrebbe avere per oggetto solo tali diritti.
  • A prescindere dalla esattezza di tale ultimo assunto, infatti, la comunione legale fra i coniugi è un tipo di comunione non riconducibile a quella regolata dell’art. 1100 c.c., e segg. e, quindi, sottratta alla disciplina che la regola ed ai relativi principi.
  • Come affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 311 del 1988 e da questa Corte nelle sentenze 19 marzo 2003, n. 4033 e 7 marzo 2006, n. 4890, la comunione legale fra i coniugi, a differenza da quella ordinaria, è una comunione senza quote, nella quale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente per oggetto tutti i beni di essa.
  • Ne consegue che, nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge, mentre non ha diritto di disporre della propria quota, può tuttavia disporre dell’intero bene comune, ponendosi il consenso dell’altro coniuge (richiesto dal dell’art. 180 c.c., comma 2, per gli atti di straordinaria amministrazione) come un negozio unilaterale autorizzativo che rimuove un limite all’esercizio del potere dispositivo sul bene.
  • Esso ove si tratti di un bene immobile o di un bene mobile registrato, rappresenta un requisito di regolarità del procedimento di formazione dell’atto di disposizione, la cui mancanza si traduce in un vizio da far valere nei termini fissati dall’art. 184 c.c..
  • Viceversa per ciò che concerne gli atti di disposizione di beni mobili, l’art. 184 (comma 3) non prevede detto consenso, limitandosi a porre a carico del coniuge che ha effettuato l’atto in questione l’obbligo di ricostituire, ad istanza dell’altro, la comunione nello stato in cui era prima del compimento dell’atto o, qualora ciò non fosse possibile, di pagare l’equivalente del bene secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione della comunione, senza stabilire alcuna sanzione di annullabilità o di inefficacia per l’atto compiuto in assenza del consenso del coniuge, atto che resta, pertanto, pienamente valido ed efficace. Disciplina, questa, applicabile agli atti dispositivi di titoli di credito.
  • Secondo quanto si evince da tali rilievi, pertanto la comunione legale fra i coniugi, come regolata dell’art. 177 c.c. e segg., costituisce un istituto che prevede uno schema normativo finalizzato alla tutela della famiglia e non a tutela della proprietà, attraverso particolari forme di protezione della posizione dei coniugi nel suo ambito, con speciale riferimento al regime degli acquisti, in relazione al quale la ratio della disciplina, che è quella di attribuirli in comunione ad entrambi i coniugi, come quello della comunione ordinaria regolata dall’art. 1100 c.c., e segg., ma trascende il carattere del bene della vita che venga acquisito e la natura reale o personale del diritto che forma oggetto.
  • Con la conseguenza che, in linea di principio, anche i crediti cosi come diritti a struttura complessa come i diritti azionari in quanto “beni” ai sensi degli artt. 810, 812 e 813 c.c., sono suscettibili di entrare nella comunione, o per effetto di donazione o successione (art. 179 c.c., comma 1, lett. b) ove specificamente stabilito nell’atto di liberalità ovvero nel testamento, oppure attraverso lo speciale meccanismo di acquisizione previsto dall’art. 177 c.c., comma 1, lett. a).
  • Fermo restando che, essendo stata la comunione fra i coniugi configurata dal legislatore come comunione parziale e non universale, si pone il problema di stabilire in che limiti operi detto meccanismo. Ciò tenuto conto che ciascun coniuge, pur in regime di comunione, resta titolare di un patrimonio individuale e di una sua autonomia, economica, dovendosi escludere, pertanto, che la comunione degli acquisti possa comprendere tutti indistintamente i diritti di credito che ciascun coniuge acquisisca con il suo operare.
  • In relazione a tale problematica questa Corte ha già statuito che i titoli di partecipazione azionaria, cosi come le quote di fondi d’investimento, costituendo componenti patrimoniali aventi un loro valore economico, anche se acquistati con i proventi della propria attività personale nel corso del matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione dei beni, entrano a far parte della comunione legale, ove non ricorra una delle eccezioni alla regola generale dell’art. 177 c.c., poste dall’art. 179 c.c.,(Cass. 18 agosto 1994, n. 7437; 23 settembre 1997, n. 9355; 27 maggio 1999, n. 5172).
  • Analoga soluzione una volta ritenuto, per quanto sopra detto, che anche i diritti di credito possono essere oggetto di acquisto alla comunione legale ai sensi dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. a), deve essere adottata per i titoli obbligazionari acquistati da un coniuge con i proventi della propria attività personale. Ciò in correlazione con la ratio della norma, che è quella di far entrare nella comunione, in linea generale e salvo le specifiche eccezioni, ogni tipo di “bene” che ciascun coniuge acquisti nel corso del matrimonio, e tenuto conto che nella realtà economica moderna i valori mobiliari tra i quali rientrano i titoli obbligazionari costituiscono una delle forme più diffuse e significative d’investimento della ricchezza.
  • Le obbligazioni societarie sono titoli, al portatore o nominativi (art. 2412 c.c.), offerti ai risparmiatori a fronte di un’operazione di finanziamento, di durata più o meno lunga, destinati alla circolazione, i quali fruttano un interesse che può essere fisso o indicizzato a determinati parametri prestabiliti. Appartengono alla categoria dei titoli di massa ed hanno, nel corso della loro durata, un valore che può essere molto diverso da quello di emissione e di rimborso, collegato alle fluttuazioni del mercato in relazione all’andamento generale dei tassi d’interesse, nonchè all’affidabilità dell’emittente che può a sua volta mutare nel tempo in relazione alle sue fortune economiche alla cui solidità finanziaria è legata la rischiosità (nonchè, di solito, la stessa rimunerazione dell’investimento), non essendo, di regola, garantita la certa e integrale restituzione del capitale ed il pagamento degli interessi. Esse costituiscono, pertanto, una forma d’investimento del denaro non assimilabile in alcun modo al deposito bancario in conto corrente, il cui saldo non rientra nella comunione dei beni ex art. 177 c.c., comma 1, lett. a), (da ultimo Cass. 20 gennaio 2006, n. 1197) proprio perchè non rappresenta una forma d’investimento dello stesso, rientrando invece solo nella comunione da residuo ai sensi dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. c).
  • Ne consegue l’acquisto di obbligazioni societarie, comportando l’impiego del denaro, provento dell’attività personale e separata di uno dei coniugi, in un bene giuridico diverso costituente una forma d’investimento, trasforma il “provento” dell’attività separata in un quid alii che, secondo la regola generale posta dall’art. 177 c.c., comma 1, lett. a), per tutti gli acquisti compiuti da ciascun coniuge in regime di comunione legale con i proventi della propria attività, entra a far parte della comunione legale immediata e non della comunione de residuo ai sensi dell’art. 177 c.c., comma 1, lett. c).

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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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