Cancellazione della società e interruzione del giudizio: chi può farla valere?

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Una banca, soccombente in primo e secondo grado, ricorre in Cassazione lamentando, tra l’altro, il fatto che non fosse stata dichiarata l’interruzione del giudizio, nonostante la società attrice-appellata si fosse cancellata dal registro delle imprese prima della sua costituzione in appello.

Ha osservato la Corte di Cassazione (Cass. 5433/2024) che l’art. 299 c.p.c. è una disposizione preordinata, come tutte quelle che disciplinano l’interruzione del processo, alla tutela della parte colpita dal relativo evento, la quale è pertanto l’unica legittimata a dolersi dell’irrituale continuazione del processo nonostante il verificarsi della causa interruttiva, sicché la mancata interruzione del processo non può essere rilevata d’ufficio dal giudice, né essere eccepita dall’altra parte come motivo di nullità (Cass., sez. I, 19 agosto 2016, n. 17199; Cass., sez. III, 13 novembre 2009, n. 24025).

Il principio è stato enunciato, in particolare, proprio in relazione alla mancata interruzione del giudizio di appello a seguito della cancellazione dal registro delle imprese della società appellata (Cass., sez. I, 25 novembre 2022, n. 34867).

Nella specie, la costituzione in giudizio in grado di appello avvenne da parte della società, e mai l’ex socio amministratore aveva speso tale sua qualità per tutto il corso del giudizio, palesandosi gli ex soci contrari ad ogni interruzione. Ne derivava che se, da un lato, la sola parte a ciò interessata non si era lamentata della mancata interruzione, dall’altro la costituzione per un soggetto non più esistente avrebbe comportato solo la declaratoria di contumacia in appello del medesimo, il cui difetto non aveva avuto conseguenze ulteriori sulla validità della sentenza.

In definitiva, ciò comporta che l’eventuale motivo di nullità, verificatosi in caso di mancata interruzione conseguente all’estinzione della società, poteva essere dedotto solo dai soci, quali successori della medesima, ma non dalla banca, non legittimata a sollevare l’eccezione.

La Corte di Cassazione ha giudicato altresì inammissibile la pretesa della Banca di individuare una rinuncia al credito nella cancellazione dal registro delle imprese operata dalla società, essendo tale profilo dedotto in violazione dell’art. 366 c.p.c. ed in contrasto con i principî consolidati affermati dalla stessa Corte. Invero, l’estinzione di una società conseguente alla sua cancellazione dal registro delle imprese, ove intervenuta nella pendenza di un giudizio dalla stessa originariamente intrapreso, non determina anche l’estinzione della pretesa azionata, salvo che il creditore abbia manifestato, anche attraverso un comportamento concludente, la volontà di rimettere il debito comunicandola al debitore e sempre che quest’ultimo non abbia dichiarato, in un congruo termine, di non volerne profittare (cfr. Cass., sez. III, 25 novembre 2021, n. 36636; Cass., sez. 3, 18 maggio 2021, n. 13534; Cass., sez. VI-1, 31 dicembre 2020, n. 30075; Cass., sez. III, 14 dicembre 2020, n. 28439; Cass., sez. I, 22 maggio 2020, n. 9464). Situazioni, queste, del tutto assenti già in punto di deduzione dei loro elementi costitutivi ad opera della banca ricorrente.

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Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.




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