I rapporti tra domanda di risoluzione e adempimento

Mirco Minardi

L’art. 1453, II comma, c.c. stabilisce che proposta domanda di adempimento è possibile sostituirla con una domanda di risoluzione. La sostituzione della domanda può avvenire anche in appello, purchè però non mutino i fatti costitutivi (Cass. 8234/2009) e anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo (Cass. 9941/2006). Si tratta di una eccezione al principio del divieto di mutatio libelli. Eccezione che però non si estende alla domanda di risarcimento del danno che deve necessariamente essere proposta nell’atto introduttivo.

“Il comma 2 dell’art. 1453 c.c. deroga alle norme processuali che vietano la mutatio libelli nel corso del processo, nel senso di consentire la sostituzione della domanda di adempimento del contratto con quella di risoluzione per inadempimento, non già anche con quella di risarcimento del danno (fatto «salvo in ogni caso» dal comma 1), la quale integra un’azione del tutto diversa per petitum dalle altre due, con la conseguenza che urta contro tale divieto, e quindi è inammissibile, la domanda risarcitoria introdotta in corso di causa, in luogo di quella (iniziale) di adempimento . (Fattispecie relativa alla diversità e novità della domanda risarcitoria fondata sulla diversità della causa petendi individuabile, in un caso, nel mancato adempimento di un obbligo contrattuale di corrispondere un compenso retributivo e, nell’altro, nel risarcimento del danno per mancata conclusione di un obbligo a trattare e concludere un accordo)” Cass. 13953/2009

Come pure, in caso di domanda di risarcimento del danno, non è possibile chiedere la risoluzione del contratto in corso di causa, nemmeno in caso di espressa riserva.

Non è invece possibile il contrario: proposta domanda di risoluzione è inammissibile la domanda di adempimento. Ma questo divieto non è assoluto in quanto è certamente possibile proporre domanda di adempimento in via subordinata rispetto alla domanda di risoluzione.

Ma è possibile, dopo che è passata in giudicato la sentenza che ha rigettato la domanda di risoluzione, proporre una domanda di adempimento in un separato processo?

Il Tribunale di Roma (sent. 17460/2009) è chiamato a decidere proprio un caso del genere ed opta per la soluzione negativa. Il risultato è paraddosale e potenzialmente lesivo del principio di corrispettività. Si supponga infatti che il debitore sia risultato vittorioso rispetto alla domanda di risoluzione in considerazione della non essenzialità del termine. Ebbene, il creditore rimarrà definitivamente senza prestazione con ingiustificato arricchimento del debitore.

Ecco un passo della motivazione.

“Il principio della improponibilità della domanda di adempimento, una volta proposta la domanda di risoluzione del contratto (art. 1453 c.c.) è posto in primo luogo a tutela dell’interesse della parte inadempiente, la quale non può essere tenuta indefinitamente a rendersi disponibile ad adempiere, anche quando il creditore della prestazione abbia palesato di non avere più interesse alla prestazione avendo optato per la risoluzione del contratto.

E’ stato anche affermato, da diverse decisioni della Corte di Cassazione, che il principio opera a condizione dell’esistenza di un interesse attuale dell’istante alla declaratoria di risoluzione del rapporto negoziale, per cui, quando tale interesse sia venuto meno per essere stata la domanda di risoluzione rigettata o dichiarata inammissibile, la preclusione non opera, essendo venuta meno la ragione del divieto.

Tuttavia in tal caso, per far salvo l’affidamento della parte convenuta con la domanda di risoluzione, si richiede, ai fini dell’ammissibilità della domanda di adempimento, che questa sia proposta in via subordinata a quella di risoluzione nell’ambito dello stesso giudizio (Cass.n.4261/1998; Cass. n.4444/1996; n.1457/1995) poiché in tal caso il convenuto è avvisato del perdurante interesse dell’attore all’adempimento, nonostante la domanda di risoluzione del contratto.

E’ opportuno sottolineare, a riguardo, che anche la più recente Cass. n. 1077 del 19/01/2005 ha affermato lo stesso principio (sebbene, dal tenore della massima, si possa equivocare) rigettando il motivo di ricorso che contestava la violazione dell’art. 1453 II comma c.c., per essere stata, dal giudice di merito, ritenuta ammissibile la domanda di adempimento di un contratto di appalto proposta in via subordinata rispetto all’azione di risoluzione, nell’ambito dello stesso giudizio.

Dunque è consolidato in giurisprudenza il principio secondo il quale la preclusione alla proponibilità dell’azione di adempimento contrattuale opera tutte le volte che la domanda di risoluzione sia stata proposta senza riserve, come nel caso in esame, in cui l’attrice aveva già proposto, senza riserve, non avendo formulato alcuna subordinata di adempimento, la domanda di risoluzione dell’accordo patrimoniale di separazione per inadempimento del F. V..

La domanda principale dell’attrice deve quindi essere dichiarata inammissibile ex art. 1453 II comma c.c..”


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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.

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3 commenti:

  1. Avvocato gennaro pugliese

    caro Mirco ti chiedo se hai riferimenti giurisprudenziali in merito alla incompatibilità funzionale di un domanda di declaratoria di nullità di una scrittura privata per firma apocrifa e contestuale domanda di risoluzione del contratto per inadempimento.

  2. Mirco Minardi

    @Avv. Pugliese: la questione che poni è molto interessante. Mi fa ricordare un esempio della dottrina tedesca in tema di allegazione di fatti incompatibili. Chiesta la restituzione di una padella, il convenuto si costituisce dicendo: primo, non me l’hai mai data; secondo te l’ho restituita; terzo è perita. In questo caso si dice: il contratto non è stato sottoscritto da me e comunque tu non l’hai rispettato. Anche se la scrittura non è elemento di validità del contratto, direi che la domanda di risoluzione è incompatibile. Se la forma scritta è richiesta ai fini della prova, la richiesta di risoluzione rappresenta una domanda incompatibile con la volontà di negarne l’esistenza. Se il contratto non richiede la forma scritta, nè ai fini della sostanza, nè ai fini della prova, la contestazione dell’autenticità della firma mira semplicemente a caducare le clausole contrattuali sottoscritte con l’effetto che la domanda di risoluzione va formulata in aggiunta e non in via subordinata. Così, su due piedi.

  3. Avv. gennaro PUGLIESE

    Caro Mirco la vicenda nasce da una produzione in giudizio di una scrittura privata prodotta dal ricorrente in ricorso e contestualmente non riconosciuta la firma del suo dante causa (coniuge deceduto) perché secondo il ricorrente apocrifa. Quindi chiede in via principale la risoluzione del contratto per inadempimento – per stravolgimento della colture dl fondo in affitto- e in subordine chiede la declaratorio di nullità della scrittura privata Il giudice di prime cure rigetta la domanda principale perché il ricorrente non ha provato l’inadempimento e rigetta altresì la domanda subordinata di declaratorio di nullità del rapporto contrattuale (scrittura privata) perché incompatibile con la domanda principale e perché essendo essendo stato il documento prodotto in giudizio dal ricorrente lo stesso è da ritenersi riconosciuto.
    Avverso tale sentenza è stato prodotto appello ed è stato sostenuto che nessuna importanza è da attribuire alla gradazione delle domande (principale e subordinata) in quanto tale facoltà è nel diritto della parte richiedente.
    In merito alla declaratoria di nullità della scrittura prodotta (si sottolinea da parte del ricorrente) parte appellante sostiene che essendo stata la scrittura prodotta non riconosciuta per apocrifia della firma, era compito del resistente chiederne la verificazione. Lo scrivente ha motivo di ritenere che il ricorrente essendo la parte processuale che ha prodotto il documento, lo stesso è da considerarsi valido ed efficace e conseguentemente nessuna istanza di verificazione incombeva alla parte resistente. Gradirei sapere il tuo parere in merito ed eventuali riferimenti giurisprudenziali. Approfitto della tua gentilezza e disponibilità e Ti chiedo sollecito riscontro dovendomi costituire in giudizio a breve. Cordiali Saluti Avv. Gennaro PUGLIESE



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