Condanna ex art. 96 ultimo comma: secondo il Tribunale di Terni non è necessaria la mala fede o colpa grave.

Mirco Minardi

Con questa interessante pronuncia il Tribunale di Terni affronta l’interpretazione del nuovo articolo 96 ultimo comma, introdotto dalla legge 69/2006, ecco le conclusioni cui giunge:

  • la fattispecie di responsabilità in parola è disancorata da quella di cui al primo e secondo comma dello stesso articolo tenuto conto che, ove così non fosse, non si comprenderebbe la ragione per cui per un verso sarebbe imposta la domanda e la prova del danno (nei primi due commi) mentre, dall’altro, in assenza di domanda, si accederebbe ad una liquidazione del danno anche in assenza di prova;
  • i presupposti della responsabilità in esame devono, in verità, essere colti: a) nella soccombenza; b) in una condotta censurabile, come tale soggettivamente connotata; c) nella sussistenza di un pregiudizio della parte vittoriosa eziologicamente imputabile alla condotta di abuso processuale della controparte soccombente;
  • l’officiosità della pronuncia è sorretta dalla valenza pubblicistica degli interessi in gioco e deriva, in particolare, dal coinvolgimento della giurisdizione statale e, quindi, dai costi sociali che a quest’ultimo sono connessi
  • la condotta colposa (colpa comune) richiesta dall’art. 96 terzo comma, C.P.C. non si risolve nella mera soccombenza ma è tale ove integri violazione dell’art. 88 C.P.C., che pone alle parti e ai loro difensori l’obbligo di comportarsi con lealtà e probità;
  • quanto al pregiudizio, deve ritenersi che esso si riferisca a quello conseguente all’indebito coinvolgimento in un processo, evitabile con la diligenza processuale imposta dal predetto art. 88 C.P.C. (come tale non ristorato per meno della mera ripetizione delle spese processuali);
  • la liquidazione del danno dovrà avvenire, in via equitativa, tenendo conto del valore della causa, del tipo di condotta processuale adottata dal soccombente e dalla consistenza economica dei contendenti, quale indice della loro capacità di sostenere il peso del tempo o comunque della lite, non tralasciando di considerare, però, in chiave di analisi economica del diritto, i costi sociali connessi al mancato recupero dei crediti di alcuni operatori economici, tra cui le banche, in grado di traslarne il peso sulla collettività (per mezzo dell’incremento del costo del credito).

Tribunale Terni 17/05/2010

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
I1 Tribunale di Terni, nella funzione di Giudice monocratico, in
persona del Dott. CARMELO BARBIERI ha pronunziato la seguente
SENTENZA
(art. 281 sexies C.P.C.)

FATTO E DIRITTO

che gli opponenti non hanno spiegato alcun puntuale motivo di opposizione avverso l’ingiunzione di pagamento ottenuta nei loro confronti, in qualità di fideiussori della fallita Expor.Ter S.r.l., dalla Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. il 19 maggio 2009;
che il R. G. e la Z., in particolare, svolta una generica contestazione dei crediti azionati dalla banca, hanno poi opposto alla pretesa avversaria dei fatti impeditivi del tutto inconferenti con i fatti costitutivi di contro dedotti, perché relativi ad un rapporto bancario diverso da quello di causa ed intrattenuto con altro istituto di credito;
che la condotta processuale degli opponenti pone la questione dell’applicabilità, ex officio, della fattispecie di responsabilità di cui all’art. 96 terzo comma C.P.C. (introdotta dalla novella del 2009);
che al fine di evadere l’interrogativo de quo occorre, in via preliminare, soffermarsi sui presupposti della responsabilità in parola e, in particolare, prendere posizione in merito all’assimilabilità o meno della fattispecie in esame a quella della responsabilità aggravata di cui ai primi due commi del predetto articolo;
che in merito a tale ultima questione, ritiene questo Tribunale di dover disattendere quella posizione ermeneutica, autorevolmente sostenuta in dottrina, secondo cui, perché possa dirsi integrata la responsabilità di cui al terzo comma , deve sempre sussistere il requisito della colpa grave (di cui al primo comma), stante l’inquadramento del disposto nell’art. 96 C.P.C., di tal che il legislatore del 2009 avrebbe, in sostanza, introdotto una sanzione civile concorrente o sostitutiva del risarcimento di cui al primo comma, sostanzialmente volta a regolare i casi in cui la parte lesa non riesca a dimostrare il quantum del danno e neppure a fornire al giudice gli indici sufficienti per spiegare il potere di liquidazione ex officio, già contemplata dal primo comma del medesimo articolo;
che la fattispecie di responsabilità in parola deve, piuttosto, dirsi disancorata da quella di cui al primo e secondo comma dello stesso articolo tenuto conto che, ove così non fosse, non si comprenderebbe la ragione per cui per un verso sarebbe imposta la domanda e la prova del danno (nei primi due commi) mentre, dall’altro, in assenza di domanda, si accederebbe ad una liquidazione del danno anche in assenza di prova;
che i presupposti della responsabilità in esame devono, in verità, essere colti: a) nella soccombenza; b) in una condotta censurabile, come tale soggettivamente connotata; c) nella sussistenza di un pregiudizio della parte vittoriosa eziologicamente imputabile alla condotta di abuso processuale della controparte soccombente;
che in quest’ottica l’officiosità della pronuncia è sorretta dalla valenza pubblicistica degli interessi in gioco e deriva, in particolare, dal coinvolgimento della giurisdizione statale e, quindi, dai costi sociali che a quest’ultimo sono connessi (cfr., in termini, Trib. Milano, 20 agosto 2009 che distingue la fattispecie dal danno di cui ai primi due commi dell’art. 96 C.P.C., specificando che “l’esistenza di un interesse pubblico alla funzionalità del servizio giustizia e in generale al rispetto della legalità giustifica il fatto che si prescinda da una richiesta di parte”);
che la condotta colposa (colpa comune) richiesta dall’art. 96 terzo comma, C.P.C. non si risolve nella mera soccombenza (nel senso adombrato da quella dottrina in precedenza disattesa che sembrerebbe ritenere obbligata l’assimilazione della fattispecie de qua a quella della responsabilità aggravata, pena una sorta di responsabilità oggettiva del soccombente, cioè di colui che
abbia, con esito infausto, esercitato il proprio diritto di azione o di difesa) ma è tale ove integri violazione dell’art. 88 C.P.C., che pone alle parti e ai loro difensori l’obbligo di comportarsi con lealtà e probità;
che quanto al pregiudizio, deve ritenersi che esso si riferisca a quello conseguente all’indebito coinvolgimento in un processo, evitabile con la diligenza processuale imposta dal predetto art. 88 C.P.C. (come tale non ristorato per meno della mera ripetizione delle spese processuali);
che accogliendo le sollecitazioni di parte della dottrina, si potrebbe ricorrere alla distinzione che, in ambiente di common law, viene compiuta tra i general damages, cioè i pregiudizi non patrimoniali che, salvo prova contraria, sono normalmente conseguenti alla condotta illecita e i special damages,
contrassegnati dalla individualizzazione del danno cagionato e, di solito, dalla maggiore intensità dell’elemento soggettivo che sorregge la condotta che li determina;
che, in sostanza, la fattispecie di cui all’art. 96, terzo comma, C.P.C. si preoccupa di garantire la reintegrazione del danno da illecito coinvolgimento nel processo cagionato da chi abbia agito o resistito in chiara violazione di quella che gli anglosassoni definiscono la fairness del processo;
che tale è, ad esempio, la contestazione dei fatti costitutivi o secondari posti a fondamento della domanda avversaria rivelatasi, all’esito dell’istruttoria, manifestamente infondata ovvero la resistenza in giudizio a fini meramente dilatori;
che, in altri termini, la fattispecie di responsabilità in esame si colloca nel medesimo alveo logico della regolamentazione delle spese processuali prevista dall’art. 91, primo comma, seconda parte, C.P.C. e dall’art. 13 del Dlgs n. 28 del 2010, in materia di mediazione civile, per il caso di ingiustificato rifiuto della proposta conciliativa (sul punto si segnala che tale prospettiva trova puntuale riscontro nelle principali esperienze europee, come si rileva, ad esempio, dal disposto del § 96 della ZPO tedesca che prevede che “le spese per l’utilizzo infruttuoso di un meno di attacco o di difesa possono essere imputate alla parte che lo ha fatto valere anche se vittoriosa nel merito” e dall'”order of aggravated cost” previsto dall’ordinamento processuale inglese per il caso di irragionevole o immotivata mancata evasione di un “ADR order”);
che, in chiave costituzionale, la funzione della norma di cui all’art. 96, terzo comma, C.P.C. è quello di sanzionare quelle condotte processuali non rispondenti ai presupposti minimi di diligenza professionale necessari per dar luogo alla prevalenza del diritto di difesa di cui all’art. 24 Cost. sull’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo e il contenimento dei relativi costi collettivi (art. 111 Cost.);
che la liquidazione del danno dovrà avvenire, in via equitativa, tenendo conto del valore della causa, del tipo di condotta processuale adottata dal soccombente e dalla consistenza economica dei contendenti, quale indice della loro capacità di sostenere il peso del tempo o comunque della lite, non tralasciando di considerare, però, in chiave di analisi economica del diritto, i costi sociali connessi al mancato recupero dei crediti di alcuni operatori economici, tra cui le banche, in grado di traslarne il peso sulla collettività (per mezzo dell’incremento del costo del credito);
che nella specie, non avendo gli opponenti, come si e detto, articolato alcun pertinente motivo di censura avverso l’ingiunzione di pagamento ottenuta nei loro confronti dalla CARIT S.p.A., deve ritenersi che l’introduzione della fase di opposizione sia stata sorretta da fini puramente dilatori;
che tenuto conto del valore della causa, del tipo di condotta illecita accertata e della capacità economica dei contendenti appare equo liquidare ex art. 96, terzo comma, C.P.C. la complessiva somma di denaro di euro 1500,00;
che il R. G. e la Z., soccombenti, devono essere condannati a rimborsare alla Carit S.p.A. le spese processuali da quest’ultima anticipate, nella misura indicata in dispositivo;
che la sentenza si ha per pubblicata con la sottoscrizione da parte del giudice del presente verbale;
che la sentenza e esecutiva per legge (art. 282 C.P.C.).
1) conferma il decreto ingiuntivo n. 604 emesso da questo Tribunale il 19 maggio 2009, che dichiara esecutivo;
2) visto l’art. 96, terzo comma, C.P.C. condanna R.G. e Z.I. a corrispondere in favore della Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. la complessiva somma di denaro di euro 1500,00, oltre interessi nella misura del tasso legale a decorrere dalla pubblicazione della presente decisione sino all’effettivo pagamento;
3) condanna R. G. e Z. I. a rimborsare alla Cassa di Risparmio di Terni e Narni S.p.A. le spese processuali da questi ultima anticipate, che si liquidano in euro 1448,00 per diritti di procuratore, euro 2400,OO per onorari di avvocato, ed euro 40,00 per spese, oltre spese generali come da tariffa forense, I.V.A. e C.A.P. come per legge.
Il giudice designato
Carmelo Barbieri
Tribunale di Terni
Depositato in cancelleria
17/05/2010


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Mirco Minardi

Avvocato, blogger, relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e delle seguenti monografie: Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo civile di cognizione. Manuale di sopravvivenza per l’avvocato, Lexform Editore, 2009; Le trappole nel processo civile, 2010, Giuffrè; L’onere di contestazione nel processo civile, Lexform Editore, 2010; L’appello civile. Vademecum, 2011, Giuffrè; Gli strumenti per contestare la ctu, Giuffrè, 2013; Come affrontare il ricorso per cassazione civile, www.youcanprint.it, 2020.


2 commenti:

  1. Luca

    Preg.mo Avv. Minardi, mi permetta un appunto relativo al titolo, apparentemente più di stampo giornalistico, che strictu sensu giuridico. Più che “per il Tribunale di Terni” mi pare evidente lo dica il codice stesso. L’utilizzo nel terzo comma dell’ “In ogni caso”, a mio avviso esclude in radice l’accertamento dei requisiti di mala fede o colpa grave, essendo sufficiente rinvenire una superficialità nell’azione giudiziaria o il fine meramente dilatorio perseguito dalla parte soccombente perchè si rinvenga tale violazione. Quel che solo mi appare controverso è se la condanna ai sensi del terzo comme sia o meno cumulabile con quella eventualmente rinvenibile anche ai sensi del comma 1. E’ d’accordo?
    Cordiali saluti.

  2. Mirco Minardi

    @Luca: anche secondo me non occorre il requisito della colpa grave o della mala fede, ma sul punto tanto la dottrina quanto la giurisprudenza sono divise.



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