Ricorso per cassazione. Un modello (da non seguire)

Mirco Minardi

Cass. 6857/2018 (estensore Frasca) ci insegna come non scrivere un ricorso per Cassazione che, infatti, è stato dichiarato inammissibile.

Spesso ci si dimentica quanto sia importante l’esposizione del fatto e quanto sia fondamentale articolare bene i motivi.

Il ricorso per cassazione non è una passeggiata di salute. In Corte non si scherza.

 

La Corte di Cassazione ha pronunciato la seguente ORDINANZA sul ricorso 20798-2015 proposto da: PATERNO’ ……, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ….. (TEL …… FAX 06…..), presso lo studio dell’avvocato ….., rappresentato e difeso dall’avvocato …… giusta procura speciale a margine del ricorso; – ricorrente contro F. S. in persona della sua procuratrice generale D.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MARCO POLO 84, presso lo studio dell’avvocato….., rappresentato e difeso dall’avvocato …… giusta procura speciale in calce al controricorso; – controri corrente – avverso la sentenza n. 146/2015 della CORTE D’APPELLO di PALERMO, depositata il 02/02/2015; udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 09/01/2018 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA

[…]

3. La trattazione del ricorso è stata fissata in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380-bis.1, cod. proc. civ. e non sono state depositate conclusioni scritte dal Pubblico Ministero mentre ha depositato memoria il Fernandez.

Considerato che:

1. Il Collegio rileva che il ricorso è inammissibile perché non ha assolto al requisito dell’art. 366 n. 3 cod. proc. civ. in modo idoneo al raggiungimento dello scopo che esso, come requisito di contenuto- forma, deve soddisfare. Queste le ragioni.

1.1. La struttura del ricorso, dopo avere riferito il dispositivo della sentenza impugnata, si estende, sotto il titolo “fatto”, a partire dalle ultime nove righe della seconda pagina sino alle prime sei righe della sesta e si articola come segue:

a) a pagina 2 si riferisce che il F. introduce il giudizio contro il qui ricorrente ai sensi dell’art. 702-bis cod. proc. civ. per sentirlo condannare al pagamento della somma di C 124.000,00 «in forza di una dichiarazione scritta del 25/8/2000 dal Paternò, o in subordine di C 147.000,00, quali onorari relativi all’attività svolta in qualità di procuratore»: in tal modo non si fornisce alcuna pur sommaria indicazione né sulla causa petendi della domanda principale, dato che si omette qualsiasi indicazione, pur solo riassuntiva, del tenore della dichiarazione, né su quella della domanda subordinata, attesa l’assoluta genericità del riferimento alla detta attività;

b) a pagina 3 si riferisce che il ricorrente, costituendosi:

ba) chiedeva il rigetto del ricorso, assumendo che la domanda principale era frutto di un patto di quota lite nullo e deducendo quanto alla domanda subordinata «la prescrizione di parte degli onorari richiesti e la non debenza di altri onorari a causa della mancanza di un espresso incarico conferito all’Avv. Sergio ……»: in tale modo si omette qualsiasi pur sommaria precisazione sulle ragioni della nullità, il che rende del tutto incomprensibile, specie se si parametra all’assoluta genericità della indicazione delle ragioni della domanda, il tenore della difesa, ed inoltre, quanto alla domanda subordinata sull’oggetto e la natura della prescrizione e sull’oggetto per cui si contestò l’esistenza di un incarico;

bb) svolgeva domanda riconvenzionale per la condanna dell’attore al pagamento dei C 109.100,00 «a titolo di risarcimento dei danni subiti a causa della condotta negligente» del medesimo nell’espletamento «dell’incarico professionale ricevuto dallo stesso»: anche in tal caso resta inespressa, sebbene sommariamente, qualsiasi precisazione sulle ragioni della domanda e sull’incarico cui essa si riferì;

c) sempre a pagina 3 si riferisce senza alcuna pur sommaria specificazione che il Tribunale di Palermo rigettava la domanda principale «in accoglimento delle eccezioni» e accoglieva solo parzialmente la domanda subordinata per un importo di C 68.858,75: nessuna pur sommaria indicazione è fatta circa le ragioni giustificative delle statuizioni;

d) nelle pagine 2-3 si riferisce che il Paternò appellava l’ordinanza:

ci) chiedendone la riforma quanto alla parziale condanna e l’accoglimento della riconvenzionale per il «pagamento di C 106.100,00 (a titolo di risarcimento dei danni), con l’eventuale compensazione tra i debiti e i crediti di esso appellante nei confronti del F.»;

c2) in subordine sostenendo che le somme dovute al F. erano minori, perché non era dovuta una somma di 19.158,67 «indicata nelle pagg. 9-10 della notula redatta dalla controparte» e perché egli aveva pagato no solo una somma di euro 2582,28, ma pure di euro 7.239,28;

e) si riferiscono, quindi, nella seconda metà della pagina 4 e per tre quarti della pagina 5, quattro motivi di appello, ma in modo tale che, in ragione delle carenze espositive pregresse, quanto all’oggetto sostanziale e processuale della controversia, risulta incomprensibile il loro significato;

f) si allude, poi, alla costituzione del Fernandez con la richiesta del rigetto dell’appello principale e la proposizione di un appello incidentale in via principale per un importo senza indicazione alcuna delle ragioni e in via subordinata per altro maggiore «a titolo di compensi» non altrimenti individuati;

g) in fine si dice che la corte palermitana di appello decideva come dal riportato dispositivo.

1.2. Tanto premesso in ordine al modo in cui parte ricorrente principale ha inteso assolvere al requisito della esposizione sommaria dei fatti, si rileva che tale requisito è prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366, primo comma n. 3, cod. proc. civ., essendo considerato dalla norma come uno specifico requisito di contenuto-forma del ricorso.

Esso deve consistere in una esposizione che deve garantire alla Corte di Cassazione, di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata (Cass. sez. un. n. 11653 del 2006).

La prescrizione del requisito risponde non ad un’esigenza di mero formalismo, ma a quella di consentire una conoscenza chiara e completa dei fatti di causa, sostanziali e o processuali, che permetta di bene intendere il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato (Cass. sez. un. n. 2602 del 2003).

Stante tale funzione, per soddisfare il requisito imposto dall’articolo 366 comma primo n. 3 cod. proc. civ. è necessario, come statuisce la prima delle decisioni evocate, che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado, delle difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata.

Ebbene, la sopra ricordata esposizione del fatto non rispetta tali necessari contenuti:

1a) per la mancanza di una indicazione pur sommaria sia dei fatti storici sostanziali posti a base della domanda principale e di quella subordinata del F., sia delle ragioni giuridiche giustificative delle dette domande, sia dei fatti posti a base della riconvenzionale del qui ricorrente e delle eccezioni da lui svolte;

1b) per la mancanza della indicazione pur sommaria delle ragioni della decisione di primo grado;

1c) per la conseguente incomprensibilità delle ragioni poste a base dei quattro motivi di appello principale e per la totale mancanza di indicazione delle ragioni poste a base dell’appello incidentale;

1d) per la totale mancanza della indicazione pur sommaria delle ragioni della decisione di appello.

L’esposizione del fatto è, pertanto, del tutto inidonea al raggiungimento dello scopo suo proprio, donde la inammissibilità del ricorso principale.

2. Il Collegio, peraltro, rileva che, se si potesse passare all’esame dei motivi di ricorso – fermo che le segnalate carenze dell’esposizione del fatto si confermerebbero giustificative della valutazione della sua inidoneità ad assolvere il requisito dell’art. 366 n. 3, attesa la loro esizialità ai fini della possibilità di uno scrutinio dei motivi – l’illustrazione di questi ultimi ne paleserebbe l’inammissibilità.

2.1. Quanto al primo motivo – deducente “violazione e falsa applicazione degli articoli 2956 e 2959 c.c. ex art. 360 comma 1, n. 3 c.p.c.” – esso, dopo avere lamentato a torto l’assenza di una motivazione senza correlazione con il tenore della sentenza impugnata, che invece una motivazione contiene, pretende di discutere della statuizione con cui la corte palermitana ha riformato la sentenza di primo grado, reputando – appunto con una motivazione – inapplicabile la prescrizione presuntiva triennale in relazione a tre voci di credito per compensi relativi a tre prestazioni giudiziali – in particolare perché il primo giudice l’aveva applicata «senza tener conto che il debitore, pur eccependo la prescrizione, aveva riconosciuto di non aver pagato» – senza nemmeno indicare, come imponeva l’onere di cui all’art. 366 n. 6 cod. proc. civ., il tenore della eccezione di prescrizione formulata, cioè il modo in cui essa era stata articolata, riproducendolo direttamente ovvero indirettamente (in questo secondo caso indicando la parte dell’atto processuale in cui l’indiretta riproduzione troverebbe conferma), nonché la sua localizzazione ed il tenore complessivo e la localizzazione delle sue ulteriori difese che dovrebbero, in ipotesi, evidenziare che quel riconoscimento non vi era stato: tali indicazioni sarebbero stata essenziali per verificare il fondamento della motivazione resa nel detto senso dalla sentenza impugnata. Inoltre, l’illustrazione viola sempre l’art. 366 n. 6 là dove, di seguito, fa riferimento, sempre senza riferirne direttamente od indirettamente il contenuto e senza localizzarla in questo giudizio di legittimità, ad una scrittura del 25 febbraio 2000. Il motivo, inoltre, per tale strutturazione impinge anche in inammissibilità per assoluta genericità (Cass., Sez. Un. n. 7074 del 2017).

2.2. Il secondo motivo – denunciante “violazione e falsa applicazione degli artt. 83 c.p.c., 2232 c.c., 2233 c.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.” – si fonda su riferimenti del tutto generici alla «produzione contenuta nei fascicoli del giudizio», a non meglio identificati atti processuali e corrispondenza, in particolare ad una missiva del 21 febbraio 2000, sicché è violato nuovamente l’art. 366 n. 6 citato. Inoltre, stante le segnalate carenze dell’esposizione del fatto, riveste carattere del tutto generico, alludendo ad un non meglio identificato giudizio francese.

2.3. Con un terzo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione degli articoli 2232 e 1176 c.c., nonché 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. con riferimento ai presupposti e alla prova per la sussistenza della responsabilità professionale dell’avvocato”. Tale motivo non identifica né direttamente né indirettamente in modo chiaro la motivazione della sentenza impugnata che vorrebbe censurare, mentre era onere inerente la struttura stessa del motivo, farlo, poiché la struttura del motivo di ricorso per cassazione, come quella di ogni motivo di impugnazione, postula necessariamente lo svolgimento di un’attività di critica, per le censure in iure al ragionamento giuridico svolto o alla sua mancanza nella sentenza impugnata, è palese che la critica suppone l’individuazione diretta o almeno indiretta, ma chiara, nell’illustrazione del motivo della motivazione della sentenza impugnata in cui si anniderebbe l’errore denunciato (in termini, ex multis, Cass. Sez. Un. n. 7074 del 2017). In caso contrario il motivo difetta della idoneità al raggiungimento dello scopo, che è quello di porre in condizione la Corte di Cassazione di comprendere l’oggetto della critica, la cui individuazione compete al ricorrente. Tale inidoneità ridonda in una nullità dell’attività espositiva del motivo e, dunque, in una mancanza sostanziale di esso, con la conseguenza che il motivo, la cui necessaria esistenza come parte del ricorso è prescritta a pena di ammissibilità, è inammissibile ai sensi dell’art. 366 n. 4 cod. proc. civ., integrandosi l’inammissibilità del ricorso in parte qua.

2.4. Prima ancora di tale rilievo di inammissibilità si deve osservare che non si indica nemmeno a quale parte della vicenda processuale si intenda riferire, ancora una volta palesandosi il carattere esiziale dell’inidoneità dell’esposizione del fatto. La violazione dell’art. 115 cod. proc. civ. è, poi, denunciata in modo non corrispondente a quanto ha indicato Cass. Sez. Un. n. 16598 del 2016, dato che si imputa alla corte territoriale di non avere dato rilievo a due sentenze, che, secondo il ricorrene, erano state prodotte, sicché la censura ha la sostanza di una doglianza di omesso esame di (pretese) risultanze probatorie e, dunque, di una sollecitazione a controllare la motivazione sulla quaestio facti al di là di quanto consentito dal nuovo n. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ. (secondo la lettura datane da Cass. Sez. Un. nn. 8053 e 8054 del 2014). Si deve, poi, aggiungere, che la lettura della sentenza impugnata, se vi si potesse procedere, evidenzierebbe che essa ha espressamente affermato che le due sentenze citate non erano state prodotte, essendo stati prodotti solo i loro dispostivi: ne deriva che il vizio denunciato, sostenendo il ricorrente che invece le sentenze erano state prodotte, integra, come correttamente ha eccepito parte resistente, un vizio revocatorio ai sensi dell’art. 395 n. 4 cod. proc. civ., che doveva denunciarsi con il mezzo della revocazione.

2.4. Il quarto motivo – prospettante “violazione e falsa applicazione dell’articolo 345, terzo comma, c.p.c. in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.” – è inammissibile, perché si fa carico solo di una delle due rationes decidendi enunciate dalla sentenza impugnata a conferma dell’ordinanza del 4 gennaio 2012 con cui la corte territoriale escluse la produzione della sentenza che il ricorrente avrebbe voluto produrre in appello: infatti, il ricorrente si duole solo dell’affermazione che la sentenza non era stata menzionata nell’atto di appello, adducendo che non sarebbe stata menzionabile, perché non ancora depositata, ma nulla dice quanto all’ulteriore affermazione – fatta nella detta ordinanza e pure rievocata dalla sentenza impugnata – circa la mancata esposizione, neppure all’udienza in cui la produzione si voleva effettuare «di alcuna ragione idonea a giustificare la richiesta di produzione». Est. Cons Raffaele Frasca \ R.g.n. 20798-15 (c.c. 9.1.2018) Il motivo si disinteressa di tale ratio (e, peraltro, nemmeno spiega a che cosa servisse la chiesta produzione), che è da sola sufficiente a giustificare la sentenza.

2.5. Il quinto motivo – denunciante “violazione e falsa applicazione dell’articolo 115 c.p.c., per violazione del principio di no contestazione in relazione all’art. 360 n. 4 c.p.c.” – si duole che non siano state ritenute idonee a provare un pagamento due matrici di assegno e lo fa adducendo che sarebbe stata trascurata da parte della corte isolana una “non contestazione” i cui termini di verificazione nello svolgimento processuale ci si guarda bene dall’individuare, sicché il motivo risulta assolutamente inammissibile per genericità. Altrettale assoluta genericità hanno poi i riferimenti ad ulteriori atteggiamenti di non contestazione.

3. Il ricorso è, conclusivamente, dichiarato inammissibile.

4. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo ai sensi del d.m. n. 55 del 2014. Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.

P. Q. M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione al resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro settemilatrecento, oltre duecento per esborsi, le spese generali al 15% e gli accessori come per legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di cont


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Mirco Minardi

Avvocato, direttore responsabile del blog per la formazione giuridica www.lexform.it. Relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e telematiche e della monografia "Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo”, ed. Lexform.

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