Il tribolato requisito della “esposizione sommaria dei fatti di causa” nel ricorso per cassazione.

Mirco Minardi

Ai sensi dell’art. 366, primo comma, n. 3 c.p.c., il ricorso per cassazione[1] deve contenere, a pena di inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa[2].
Nel corso degli ultimi quindici anni la giurisprudenza ha fornito interpretazioni tutt’altro che univoche del requisito in esame, oscillando continuamente tra soluzioni interpretative, per così dire, “liberali” ed interpretazioni formalistiche. Il contrasto perdura fino ai giorni nostri, generando non poche incertezze sulla tecnica redazionale del ricorso, nonostante il primo dei due orientamenti si sia sforzato di spiegare con ricche argomentazioni l’infondatezza di quelle fatte proprie dai sostenitori dell’orientamento più rigoroso[3].

1. L’orientamento tradizionale

L’orientamento più risalente e consolidato[4] ha sempre affermato la possibilità di ricavare l’esposizione sommaria dei fatti dalla motivazione in diritto del ricorso, in ragione del fatto che l’art 366 c.p.c. non stabilisce un ordine formale di sequenza per l’indicazione dei requisiti richiesti dalla norma stessa a pena di inammissibilità.

La sentenza capostipite in questo senso fu Cass. civ., 18.3.1952, n. 720, la quale espressamente affermò che gli “opportuni cenni” sullo svolgimento del processo potessero ricavarsi anche “dalla motivazione in diritto del ricorso”.

Questo principio, si legge in Cass. civ., sez. III, 28/06/2018, n. 17036, ha dominato incontrastato per mezzo secolo, tanto da divenire jus receptum la massima secondo cui per soddisfare il requisito dell’esposizione sommaria dei fatti e delle vicende processuali “non occorre un’apposita premessa a sé stante, essendo sufficiente che dall’illustrazione dei motivi del ricorso sia desumibile il quadro delle circostanze di fatto da cui trae origine la controversia”[5].

Detto orientamento si è conservato sino ai giorni nostri: ancora di recente la Suprema Corte ha infatti ribadito che “per soddisfare il requisito dell’esposizione sommaria dei fatti di causa […] non è necessario che tale esposizione costituisca parte a sé stante del ricorso, ma è sufficiente che essa risulti in maniera chiara dal contesto dell’atto, attraverso lo svolgimento dei motivi”[6].

Si tratta peraltro di un orientamento condiviso dalle Sezioni Unite in almeno sei diverse occasioni[7], ovvero: da Cass. civ., sez. un., 11/04/2012 n. 5698, nella cui motivazione si legge che “il ricorso non può dirsi inammissibile quand’anche difetti una parte formalmente dedicata all’esposizione sommaria del fatto, se l’esposizione dei motivi sia di per sé autosufficiente e consenta di cogliere gli aspetti funzionalmente utili della vicenda sottostante al ricorso stesso”; da Cass. civ., sez. un., 18/05/2006, n. 11653, Rv. 588770, ove si afferma che per soddisfare il requisito della esposizione sommaria dei fatti non è necessario che il ricorso contenga “una premessa autonoma e distinta rispetto ai motivi”; da Cass. civ., sez. un., 29/04/1981, n. 2598, Rv. 413375, ove si afferma che il precetto di cui all’art. 366 c.p.c., n. 3, risulta inadempiuto solo quando, oltre a mancare del tutto nel ricorso per cassazione la esposizione sommaria dei fatti di causa, “questi non siano desumibili neppure dai motivi dedotti”; da Cass. civ., sez. un., 23/08/1972, n. 2708, Rv. 360363, ove si afferma che il precetto di cui all’art. 366 c.p.c., n. 3, “deve ritenersi osservato allorché i fatti di causa, anziché essere esposti in modo autonomo quale premessa ai motivi, risultino dal contenuto del ricorso”;  da Cass. civ., sez. un., 22/08/1972, n. 2700, Rv. 360348, e Cass. civ., sez. un., 10/03/1969 n. 763, Rv. 339075, di identico contenuto, ove si afferma che “[…] non è necessario che la esposizione dei fatti di causa costituisca una premessa distinta a se stante rispetto ai motivi di annullamento dedotti dal ricorrente, ma e sufficiente che i presupposti di fatto possano essere desunti dalla enunciazione dei motivi”.

2. L’orientamento draconiano

L’orientamento più formalista si è sviluppato in epoca recente e in particolar modo con la sentenza Cass. civ., sez. 3, 11/10/2005 n. 19756, la quale ha escluso la possibilità che i motivi possano sostituire la compiuta esposizione dei fatti di causa, almeno nei casi in cui il ricorrente abbia formalmente dichiarato di volere dedicare una parte del proprio ricorso all’esposizione degli stessi, senza poi riuscirvi in modo compiuto. In quella decisione, peraltro, erano state richiamate due decisioni che in realtà non avevano mai affermato quanto da essa predicato[8].

Il contrasto inaugurato da Cass. civ., sez. III, 11/10/2005 n. 19756 si è consolidato negli anni a venire[9]. Le ragioni addotte dall’orientamento più recente, a sostegno di questa più rigorosa interpretazione dell’art. 366 c.p.c., n. 3, sono illustrate nell’ampia motivazione di Cass. civ., sez. VI, 16/01/2014 n. 784. Detta decisione, ha evidenziato che il divieto di utilizzare la tecnica dell’assemblaggio, consacrata dalle Sezioni Unite della Corte, con la sentenza n. 5698 del 2012 sarebbe vanificato se fosse possibile ricostruire i fatti della vicenda attraverso i motivi e, comunque, detta conoscenza deve necessariamente precedere l’illustrazione dei motivi.

Secondo questo orientamento, pertanto, il requisito de quo deve garantire alla Corte di Cassazione di avere una chiara e completa cognizione del fatto sostanziale che ha originato la controversia e del fatto processuale, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata. Si aggiunge che la prescrizione non risponde ad un’esigenza di mero formalismo, essendo volta a permettere di intendere correttamente il significato e la portata delle censure rivolte al provvedimento impugnato. Stante tale funzione, per soddisfare il requisito imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, è necessario che il ricorso per cassazione contenga, sia pure in modo non analitico o particolareggiato, l’indicazione sommaria delle reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le hanno giustificate, delle eccezioni, delle difese e delle deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria; dello svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni e, dunque, delle argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si è fondata la sentenza di primo grado; delle difese svolte dalle parti in appello, ed in fine del tenore della sentenza impugnata.

Così intesa, però, l’esposizione sommaria dei fatti finisce inevitabilmente per sganciarsi dai motivi di impugnazione, i quali, come è noto, assai spesso sono riferiti ad uno o alcuni aspetti del giudizio, per la cui intellegibilità non sarebbe affatto necessario ripercorrere tutta la vicenda processuale. Qual è, ad esempio, l’utilità di riferire della eccezione di prescrizione e della correlata contro eccezione di avvenuta interruzione, sollevate nel giudizio di primo grado, qualora sulla questione fosse sceso il giudicato per mancata impugnazione in appello? Evidentemente nessuna.

3. L’attacco frontale all’orientamento draconiano

È stata la decisione sopra richiamata, Cass. civ., sez. III, 28/06/2018, n. 17036, estensore Marco Rossetti, a contrastare apertamente e direttamente l’orientamento formalista analizzato nel paragrafo precedente, fornendo una serie di contro-argomentazioni che a noi sembrano difficilmente contestabili.

Anzitutto, si osserva che “dal punto di vista dell’interpretazione letterale, l’art. 366 c.p.c., comma 1, indica a pena di inammissibilità quali debbano essere i contenuti del ricorso, ma non prescrive alcuna sanzione di inammissibilità quanto all’ordine con cui i contenuti del ricorso debbano essere esposti”.

La decisione, ovviamente, auspica che “in ogni ricorso l’esposizione dei fatti di causa preceda l’esposizione dei motivi; ma in difetto di espresse previsioni normative, un ricorso non potrà dirsi inammissibile sol perché l’esposizione

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[1] Il principio si applica anche al controricorso contenente una impugnazione incidentale; v. ad es. Cass. civ. sez. trib., 23/01/2019, n. 1748.

[2] È stato detto che a seguito delle modifiche intervenute sul contenuto della sentenza (v. art. 132 c.p.c. e art. 119 disp. att. c.p.c.) il requisito in esame ha assunto una rinnovata importanza; in tal senso R. Frasca, Ricorso per cassazione, controricorso, ricorso incidentale, in La Cassazione civile, Lezioni dei magistrati della Corte suprema italiana, Bari, 2015, pag. 160.

[3] Ci si riferisce a Cass. civ. sez. III, 28/06/2018, n. 17036.

[4] Per la ricostruzione della evoluzione interpretativa del requisito de quo abbiamo attinto a piene mani da Cass. civ. sez. III, 28/06/2018, n. 17036.

[5] Così Cass. civ., sez. II, 24/02/1988 n. 1974; nello stesso senso, Cass. civ., sez. III, 25/03/1999 n. 2697. Critica, in tal senso, parte autorevole della dottrina; v. ad. es. G.F. Ricci, Il giudizio civile di cassazione, Torino, pag. 272 e ss, secondo cui “trattasi di un requisito distinto rispetto ai motivi di ricorso, per cui l’esposizione dei fatti non dovrebbe poter essere contenuta all’interno dei motivi, bensì assumere il carattere di una premessa autonoma che li preceda”.

[6] Tra le tante, Cass. civ., sez. III, 8/7/2014 n. 15478.

[7] Per la verità, le Sezioni Unite hanno anche espresso l’orientamento draconiano; v. ad es. Cass. civ., sez. un., 22 maggio 2014, n. 11308: “Il ricorso per cassazione in cui manchi completamente l’esposizione dei fatti di causa e del contenuto del provvedimento impugnato è inammissibile; tale mancanza non può essere superata attraverso l’esame delle censure in cui si articola il ricorso, non essendone garantita l’esatta comprensione in assenza di riferimenti alla motivazione del provvedimento censurato, né attraverso l’esame di altri atti processuali, ostandovi il principio di autonomia del ricorso per cassazione”.

[8] Ci si riferisce a Cass. civ., 16 settembre 2000 n. 12256 e Cass. civ., 5 ottobre 1998, n. 9862, le quali affermarono un principio ben diverso, ovvero che l’esposizione dei fatti di causa deve essere contenuta nel ricorso, e non in fonti ad esso esterne e da esso richiamate, quali la sentenza impugnata o gli atti del giudizio di merito.

[9] Cass. civ., sez. VI, 28/09/2016, n. 19047, Rv. 642129; Cass. civ., sez. VI, 28/10/2014, n. 22860, Rv. 633187.


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Mirco Minardi

Avvocato, direttore responsabile del blog per la formazione giuridica www.lexform.it. Relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e telematiche e della monografia "Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo”, ed. Lexform.




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