Nesso di causalità e diligenza: due piani diversi della responsabilità medica

Mirco Minardi

Ancora un altro esempio di come spesso i giudici di merito confondano il nesso di causalità con il profilo soggettivo, cioè della colpa (o dolo). In altre parole, spesso il nesso causale nella responsabilità medica viene escluso motivando l’assenza di una colpa grave. Si tratta, però, di due piani diversi, lo stiamo vedendo in questi giorni.

Ricapitoliamo:

  • il paziente deve allegare e provare il contratto o il contatto sociale;
  • il paziente deve allegare e provare il peggioramento dello stato di salute, l’insorgenza di una nuova patologia, la mancata guarigione (evento dannoso);
  • il paziente deve allegare e provare il nesso di causalità tra condotta ed evento dannoso;
  • il medico deve provare l’assenza di colpa o l’esistenza di una colpa lieve quando è richiesta una colpa grave.

Abbiamo altresì ricordato come il giudice debba seguire questo iter logico:

(a) prima si accerta l’esistenza del contratto o del contatto;
(b) poi si verifica l’allegazione e la prova dell’evento dannoso;
(c) quindi si accerta il nesso causale;
(d) dopo di che si accerta il profilo soggettivo.

Quindi l’accertamento della diligenza è il quarto step: solo dopo la positiva risoluzione dei primi tre passi il giudice deve passare ad esaminare il profilo della colpa, cioè la diligenza. Ed è proprio la diligenza uno degli aspetti sui cui concentra la pronuncia della S.C.

  • La diligenza del medico è la diligenza del professionista;
  • si tratta dunque di una diligenza qualificata;
  • la diligenza qualificata è un modello di condotta che si estrinseca nell’adeguato sforzo tecnico, con impiego delle energie e dei mezzi normalmente ed obiettivamente necessari od utili, in relazione alla natura dell’attività esercitata, volto all’adempimento della prestazione dovuta ed al soddisfacimento dell’interesse creditorio, nonchè ad evitare possibili eventi dannosi (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826).
  • la condotta del medico specialista va esaminata avendosi riguardo alla peculiare specializzazione e alla necessità di adeguarla alla natura e al livello di pericolosità della prestazione, implicante scrupolosa attenzione e adeguata preparazione professionale (cfr. Cass., 13/1/2005, n. 583), essendogli richiesta la diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall’impiego di strumenti tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria;
  • ai diversi gradi di specializzazione corrispondono in realtà diversi gradi di perizia, dovendo distinguersi tra una diligenza professionale generica e una diligenza professionale variamente qualificata (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826);
  • chi assume un’obbligazione nella qualità di specialista, o una obbligazione che presuppone una tale qualità, è tenuto alla perizia che è normale della sua categoria;
  • la limitazione della responsabilità professionale del medico ai casi di dolo o colpa grave ex art. 2236 c.c., si applica nelle sole ipotesi che presentano problemi tecnici di particolare difficoltà, in ogni caso attenendo esclusivamente all’imperizia, e non anche all’imprudenza e alla negligenza (v. Cass., 19/4/2006, n. 9085; Cass., 14448/2004; Cass. n. 5945/2000).
  • la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà non può valere come criterio di distribuzione dell’onere della prova, bensì solamente ai fini della valutazione del grado di diligenza e del corrispondente grado di colpa riferibile al sanitario;
  • all’art. 2236 c.c., non va conseguentemente assegnata rilevanza alcuna ai fini della ripartizione dell’onere probatorio, giacchè incombe in ogni caso al medico dare la prova della particolare difficoltà della prestazione, laddove la norma in questione implica solamente una valutazione della colpa del professionista, in relazione alle circostanze del caso concreto (v. Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488);
  • dovendo l’art. 2236 c.c., essere inteso come contemplante una regola di mera valutazione della condotta diligente del debitore, (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488), incombe infatti al medico, in ogni caso di “insuccesso” dell’intervento, dare la prova della particolare difficoltà della prestazione (v. Cass, 28/5/2004, n. 10297; Cass., 21/6/2004, n. 11488), senza alcuna distinzione – sotto il profilo della ripartizione degli oneri probatori – tra interventi “facili” e “difficili”, in quanto l’allocazione del rischio non può essere rimessa alla maggiore o minore difficoltà della prestazione;
  • in presenza di risultato “anomalo” o anormale rispetto al convenuto esito dell’intervento o della cura, che si ha non solo allorquando alla prestazione medica consegue l’aggravamento dello stato morboso o l’insorgenza di nuova patologia ma anche quando l’esito risulta caratterizzato da inalterazione rispetto alla situazione che l’intervento medico – chirurgico ha appunto reso necessario (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826), e quindi dello scostamento da una legge di regolarità causale fondata sull’esperienza, il medico e la struttura sono cioè tenuti a dare la prova che esso dipende da fatto ad essi non imputabile, in quanto non ascrivibile alla condotta mantenuta in conformità alla diligenza dovuta, avuto riguardo alle specifiche circostanze del caso concreto;
  • laddove tale prova non riescano a dare, secondo la regola generale ex artt. 1218 e 2697 c.c., i suddetti onerati rimangono soccombenti.

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Mirco Minardi

Avvocato, direttore responsabile del blog per la formazione giuridica www.lexform.it. Relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e telematiche e della monografia "Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo”, ed. Lexform.

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Un commento:

  1. Sonia

    Salve, vorrei rubarLe un attimo del Suo tempo per sottoporre la seguente questione. Una signora che aveva manifestato volontà suicida viene ricoverata presso una struttura ospedaliera con la seguente diagnosi; ingestione incongrua di farmaci in soggetto ansioso. Ricoverata, le viene assegnato un letto posto sotto alla finestra, al secondo piano. Durante la notte la signora si getta dalla finestra e muore. L’ospedale non vuole risarcire i danni adducendo come scusante che la signora in compagnia di una badante, badante che in realtà altro non era che la cognata che si era fermata solo per farle compagnia ed in ogni caso non qualificata.
    Ora mi chiedo la presenza della cognata può costituire una esimente di responsabilità? l’ospdale in ogni caso non deve risarcire i danni, per omessa vigilanza e custodia ed anche per negligenza? grazie. Sonia



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