Appalto: l’incompatibilità delle domande di risoluzione e adempimento formulate congiuntamente.

Mirco Minardi

Un appaltatore conviene in giudizio il committente e rassegna le seguenti conclusioni:

“(a) dichiarare risolto il contratto d’appalto con il committente, in quanto trascorso inutilmente il termine indicato nell’atto di diffida stragiudiziale ex art. 1454 c.c. e, comunque, dichiarare il recesso ai sensi dell’art. 1660 c.c., atteso che le variazioni apportate dalla parte attrice, in corso d’opera, sono superiori ad 1/6 dei prezzo convenuto; (b) condannare le parti convenute al pagamento del saldo del prezzo, per i lavori realizzati, di lire 73.187.200, oltre gli interessi legali maturati e maturandi fino all’effettivo soddisfo, oltre rivalutazione monetaria. In ogni caso, ai sensi del citato art. 1660 c.c., 2° comma, si chiede, per le variazioni apportate, la determinazione dì un’equa indennità; (c) condannare, inoltre, i sigg. E. al risarcimento dei danni, per aver impedito per diversi mesi l’utilizzo delle attrezzature ed in particolare dei ponteggi, danno quantificato dal consulente di parte in lire 13.700.000, oltre quello del lucro cessante ; (d) ordinare alla parte convenuta di consegnare all’istante le chiavi del cancello d’ingresso del cantiere di Mola Saracena al titolare della ditta onde permettere a quest’ultimo di ritirare le attrezzature e ponteggi (…)”.

Pertanto chiede contemporaneamente l’adempimento e la risoluzione. Nonostante la difesa del convenuto non se ne accorga, l’incompatibilità non sfugge all’attento giudice che dichiara così la nullità della domanda.

L’attrice ha formulato, congiuntamente ed in via principale, una domanda di adempimento, ex art. 1218 c.c., ed una domanda di risoluzione, ex art. 1454 c.c..

Queste domande sono tra loro ontologicamente incompatibili.

La domanda di risoluzione del contratto per inutile intimazione della diffida ad adempiere presuppone l’accertamento dell’inadempimento grave, del rituale invio della monizione e dell’inutile decorso del termine, ed ha effetti demolitori: essa, se accolta, ponendo nel nulla il vincolo contrattuale, legittima il contraente fedele a domandare il risarcimento del danno e la restituzione delle prestazioni erogate, ovvero del tantundem, ma gli preclude la possibilità di domandare – come invece ha fatto la l’attore con la domande riportate supra, sub (b) – l’adempimento delle obbligazioni contrattuali, in quanto la risoluzione del contratto scioglie dal vincolo obbligatorio anche il contraente inadempiente.

Per contro, la domanda di adempimento ex art. 1218 c.c., così come la domanda di pagamento dell’equa indennità per le variazioni apportate al progetto originario, presuppone l’accertamento della validità ed efficacia del contratto, ed esclude qualsiasi indagine in merito alla gravità dell’inadempimento (art. 1455 c.c.).

Sicché, se si volesse accogliere la domanda di pagamento del residuo corrispettivo, si dovrebbe di necessità ammettere la perdurante validità del contratto; proprio quest’ultima, però, è incompatibile con la domanda di risoluzione.

L’attore, dunque, ha formulato due domande congiunte ed equiordinate che si escludono a vicenda, in quanto ciascuna ha per presupposto l’inverso del presupposto dell’altra (la persistenza o la demolizione del vincolo contrattuale). In questo modo, resta assolutamente incerta “la determinazione della cosa oggetto della domanda” (art. 163, n. 2, c.p.c.).

Né può, in questa sede, provvedersi ad alcuna fissazione di termine per emendare l’atto nullo, ex art. 164 c.p.c.. Parte attrice ha infatti già goduto della fissazione del termine ex art. 183, comma 5, c.p.c., e l’art. 164 c.p.c. consente di sanare le nullità dell’atto introduttivo, ma non le nullità conseguenti alla precisazione della domanda ex art. 183 c.p.c..

Neppure tale nullità può essere sanata in via interpretativa, posto che la lettera dell’atto di citazione non consente di stabilire a quale delle due inconciliabili domande l’attore abbia inteso dare la preferenza (in terminis, Trib. Roma 6.11.2002, Cogemar c. Ferrovie dello Stato, inedita).

Dalla nullità della domanda deriva, ovviamente, l’inammissibilità della stessa.


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Mirco Minardi

Avvocato, direttore responsabile del blog per la formazione giuridica www.lexform.it. Relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e telematiche e della monografia "Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo”, ed. Lexform.

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Un commento:

  1. LUIGI ROSATO

    Ma per la miriade di piccole imprese che svolgono la pressochè totalità dei lavori in sub appalto vi sono norme che ne tutelino il pagamento?
    Da parecchi anni ormai gli appalti vengono affidati a società che hanno l’arte di non pagare mettendo in seria difficoltà economica le aziende subappaltanti le quali se vanno per vie legali vedono scorrere anche 10 anni per vedere riconosciuto il proprio credito.
    Semprechè non siano fallite prima con estrema convenienza e soddisfazione del debitore!
    Esiste una norma che metta il debitore in una situazione ove trovi opportuno non avere comportamenti scorretti ???
    Che sò, una legge che produca il blocco totale dei pagamenti a lui dovuti o la sospensione….
    Se sì pubblicatela e promuovetela per favore, se va avanti così chiuderanno pian piano tutte le aziende che hanno nella loro missione il LAVORO e non la mera speculazione economica!!!

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