Allegazione dei fatti e rinvio ai documenti depositati

Mirco Minardi

Estratto da una relazione da me tenuta sull’ “Onere di allegazione e prova nel processo civile”.

Altro aspetto fondamentale sotto il profilo pratico è quello relativo alla relatio, se cioè possa dirsi compiuta un’allegazione che rimandi ai documenti depositati nel fascicolo.

Non di rado, infatti, nell’atto introduttivo le allegazioni sono assai scarne, in quanto il difensore rinvia ai documenti depositati, spesso assai numerosi, come ad esempio nelle cause in tema di anatocismo, o di  tariffe a forcella.

Sulla questione non si hanno chiare indicazioni dalla giurisprudenza.

Talvolta essa ha affermato che per individuare il quadro delle allegazioni rilevanti è possibile far riferimento anche ai documenti prodotti con l’atto introduttivo:

Cass. n. 17023/2003: “l’identificazione dell’oggetto della domanda va operata avendo riguardo all’insieme delle indicazioni contenute nell’atto di citazione e dei documenti ad esso allegati”.

Ma talaltra ha negato tale possibilità in funzione delle esigenze difensive del convenuto; siccome, cioè, quest’ultimo deve poter approntare la sua difesa immediatamente (senza attendere il deposito dei documenti allegati alla citazione), l’attore non potrebbe svolgere le allegazioni di fatto rimandando per relationem alle produzioni documentali.

Cass. n. 29241/2008: “…vertendo su diritti di credito vale a dire su diritti cosiddetti eterodeterminati, richiede l’esatta individuazione del ‘petitum’ e della ‘causa petendi’ attraverso una corretta ed esaustiva esposizione dei fatti posti a sostegno della domanda – La ‘ratio’ della norma è evidente, risiedendo nell’esigenza di porre il convenuto nella necessità di apprestare le proprie difese sulla base del contenuto dell’atto di citazione, prima ancora della produzione documentale da parte dell’attore che avviene successivamente, ai sensi dell’art. 165 c.p.c., al momento della sua costituzione con finalità meramente probatorie”.

A mio parere non è soltanto una questione di tempestiva difesa. Il fatto è che il documento serve a provare ciò che è stato affermato, dunque non può assolvere alla duplice funzione di “affermazione e prova”, anche perché si costringe la controparte a dover ricavare l’allegazione, interpretando il documento.

Ciò che può affermarsi invece con relativa sicurezza è che le produzioni documentali svincolate da qualsivoglia allegazione e indicazione negli scritti difensivi vanno considerate tamquam non esset. Pertanto la parte ha l’onere di spiegare la valenza dimostrativa dei documenti che produce. In questi casi, come costantemente ricordato dalla Cassazione, mancando le necessarie indicazioni di parte, non vi è alcun obbligo da parte del giudice di esaminare i documenti, anche se idonei a giustificare illazioni e considerazioni rilevanti ai fini della decisione: 

Cass. S.U. n. 2435/2008

“deve ribadirsi – in conformità, del resto, ad una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice – che il giudice ha il potere-dovere di esaminare i documenti prodotti dalla parte solo nel caso in cui la parte, interessata, ne faccia specifica istanza esponendo nei propri scritti difensivi gli scopi della relativa esibizione con riguardo alle sue pretese, derivandone altrimenti per la controparte la impossibilità di controdedurre e per lo stesso giudice impedita la valutazione delle risultanze probatorie e dei documenti ai fini della decisione (cfr. Cass. 16 agosto 1990, n. 8304). Poiché nel vigente ordinamento processuale, caratterizzato dall’iniziativa della parte e dall’obbligo del giudice di rendere la propria pronunzia nei limiti delle domande delle parti, al giudice è inibito trarre dai documenti comunque esistenti in atti determinate deduzioni o indicazioni, necessarie ai fini della decisione, ove queste non siano specificate nella domanda, o – comunque – sollecitate dalla parte interessata (cfr. Cass. 12 febbraio 1994, n. 1419; Cass. 7 febbraio 1995, n. 1385. Nel senso che perché il giudice possa e debba esaminare documenti versati in atti lo stesso deve accertare, oltre la ritualità della produzione, cioè verificare che la produzione stessa sia avvenuta nel rispetto delle regole del contraddittorio, anche la esistenza di una domanda, o di una eccezione, espressamente basata su quei documenti, Cass. 22 novembre 2000, n. 15103, specie in motivazione)”.


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Mirco Minardi

Avvocato, direttore responsabile del blog per la formazione giuridica www.lexform.it. Relatore in convegni e seminari. Autore di numerosi articoli apparsi su riviste specializzate cartacee e telematiche e della monografia "Le insidie e i trabocchetti della fase di trattazione del processo”, ed. Lexform.

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